Lo scorso 1° settembre sono passati esattamente dieci anni da quando sono andata a vivere alle Canarie e, come spesso accade davanti a una ricorrenza importante, mi sono ritrovata a ripensare a tutto quello che è successo in questi anni.
Ho provato a ricostruire il percorso che mi aveva portata, nel 2016, a lasciare la Sicilia per trasferirmi alle Canarie, ma soprattutto a ricordare cosa provavo allora, quali erano i dubbi che mi accompagnavano e le paure che mi facevano esitare davanti a una decisione che, per quanto oggi possa sembrare naturale, all’epoca fu tutt’altro che semplice.
La verità è che non volevo partire. Ero divisa tra il desiderio di cambiare vita e quello di restare, perché da una parte sentivo il bisogno di rimettermi in gioco, mentre dall’altra avevo paura di allontanarmi dalla mia famiglia, dagli amici e dai luoghi che conoscevo, soprattutto per il timore di pentirmene. Alla fine sono riuscita a superare la paura di emigrare pensando che sarei potuta tornare indietro se e quando avessi voluto: non dovevo decidere dove avrei vissuto per il resto della mia vita, ma semplicemente scegliere se volevo provare a vivere alle Canarie.
Com’è stato vivere da expat alle Canarie
Così sono partita e ho vissuto otto anni a Gran Canaria, in una vera e propria montagna russa di emozioni, difficoltà e soddisfazioni. Ho scoperto che, a dispetto dei luoghi comuni, trovare lavoro come expat non è necessariamente semplice e che anche costruire nuove relazioni all’estero richiede tempo e fatica. Allo stesso tempo, ho fatto esperienze che non avrei mai immaginato, compresa la decisione di aprire la partita IVA, che allora mi sembrava quasi una follia e che si è poi rivelata una delle scelte professionali più importanti della mia vita.
Quegli anni mi hanno insegnato anche che vivere all’estero non è tutto rose e fiori. La realtà prima o poi si scontra con l’immaginazione e arriva la nostalgia: per le persone, per i luoghi, per le abitudini e per quella sensazione di familiarità che spesso diamo per scontata. Solo vivendo lontano ho capito quanto possa essere complesso ricostruire altrove il proprio senso di appartenenza e ho imparato a riconoscere quello che viene definito “lutto migratorio”.
Ma, soprattutto, vivere all’estero mi ha permesso di conoscermi meglio. Mi ha costretta a uscire dalla mia zona di comfort, a mettermi alla prova e a scoprire capacità che non sapevo di avere. In un certo senso, sono dovuta andare via per capire meglio chi ero e anche che rapporto avevo con la Sicilia. Poi, qualcosa è cambiato: alcune delle cose che avevo cercato quando ero partita non erano più quelle di cui avevo bisogno e la distanza dalla mia famiglia aveva assunto un peso diverso. È iniziata così la riflessione sul ritorno, fino alla decisione di rientrare in Sicilia.
Quindi mi sono pentita di essere tornata in Sicilia?
La risposta è no, non mi sono pentita di essere tornata, così come non mi sono pentita di essere partita. Penso che entrambe siano state le scelte giuste, semplicemente per due momenti diversi della mia vita. Se tornassi al 2016, probabilmente partirei di nuovo, perché senza quegli otto anni non sarei la persona che sono oggi. E, allo stesso modo, tornerei a scegliere la Sicilia quando è arrivato il momento di rientrare.
Forse è proprio questo che ho imparato dal mio percorso: non tutte le scelte devono essere giudicate in termini di successo o fallimento e non dobbiamo necessariamente trovare una volta per tutte “il posto giusto” in cui vivere. Possiamo amare profondamente un luogo e scegliere di vivere altrove, così come possiamo sentire nostalgia per una vita che abbiamo lasciato senza per questo volerla riprendere.
Forse, quindi, la domanda non è se mi sono pentita. La domanda è se, partendo, ho trovato qualcosa che cercavo e se, tornando, ho ritrovato qualcosa che avevo lasciato. La risposta, in entrambi i casi, è sì.

