Chiedi a qualsiasi persona emigrata all’estero e il 90% ti dirà che il suo espatrio si è rivelato nella realtà molto diverso da com’era nella sua immaginazione. Non necessariamente peggio, attenzione, ma senz’altro diverso.
Quando decidi di trasferirti all’estero non puoi fare a meno di pensare a tutte le cose belle e positive che la tua nuova vita potrà offrirti: troverò un lavoro migliore, mi farò dei nuovi amici, imparerò un’altra lingua, viaggerò di più e un variegato “eccetera” a seconda del paese di destinazione. A meno che tu non sia una persona particolarmente ansiosa e pessimista (ma in quel caso dubito tu scelga di espatriare), difficilmente penserai alle difficoltà e ai problemi che potrai incontrare sulla via. Questa visione “rose e fiori” è assolutamente normale per almeno 2 motivi:
- Se hai scelto di fare un passo importante come l’espatrio è perché credi fermamente che la tua condizione personale, lavorativa, sociale, culturale ed economica migliorerà – altrimenti non lo faresti, sia chiaro.
- Come abbiamo già visto parlando di anti-meridionalismo interiorizzato, l’idea prevalente è che se vai fuori hai automaticamente vinto, se ti trasferisci all’estero diventerai una persona brillante e realizzata, ti emanciperai, avrai una vita da sogno, tutto andrà a meraviglia e non rimpiangerai nemmeno un attimo l’essere andato via dalla Sicilia.
Questi due punti, in realtà, sono l’uno il risultato dell’altro: abbiamo talmente interiorizzato il concetto del “cu nesci arrinesci” che ci è inevitabile proiettare su noi stessi e sugli altri la visione positiva di una vita lontano dalla Sicilia. In entrambi i casi non si tratta di mera immaginazione, ma di idealizzazione.
Idealizzazione dell’espatrio
Il termine idealizzare vuol dire “attribuire alle cose reali un’idea di bello e di bene che è nella propria fantasia o nelle proprie aspirazioni”; in altre parole, idealizzare significa immaginare qualcosa nel modo in cui pensiamo o desideriamo che sia.
In psicologia l’idealizzazione si riferisce ad un meccanismo di difesa grazie al quale una persona percepisce un’altra persona come migliore (o che possiede attributi più desiderabili) di quelli effettivamente supportati dall’esperienza. All’opposto, la svalutazione, è la sottovalutazione – immotivata, dal momento che nulla e nessuno è perfetto – di sé o degli altri.
Questa connessione causa-effetto tra idealizzazione e svalutazione non stupisce. Come commentavamo in una diretta Instagram con la Mala Fimmina, la caratteristica distintiva dell’anti-meridionalismo interiorizzato è proprio la svalutazione della comunità di appartenenza: “Il soggetto perfetto dell’antimeridionalismo interiorizzato è quella persona meridionale che – senza mai aver oltrepassato la soglia di casa sua – sostiene che l’altro da sé, il non Sud sia in tutto e per tutto migliore rispetto al Sud”.
Chi invece quella soglia la oltrepassa, chi valica i confini nazionali, è destinato a sbattere la faccia contro la dura realtà.
L’espatrio tra fantasia e aspettative
Tanto nel primo come nel secondo caso menzionati in precedenza, l’idealizzazione della vita all’estero non è frutto di un’esperienza diretta della realtà, ma il risultato di un articolato lavoro di fantasia. La nostra immaginazione viene alimentata, da un parte, dall’idea che noi stessi ci facciamo del futuro in terra straniera e, dall’altra, dalle aspettative che gli altri riversano sul nostro espatrio.
Sì, gli altri. Non siamo solo noi, in qualità di migranti, a riempire il bagaglio delle aspettative con sogni di successo, felicità, realizzazione e benessere, ma ci carichiamo anche il peso di quello che gli altri si aspettano di vedere nella nostra vita. Amici, parenti, conoscenti, colleghi, vicini di casa, compaesani: tutti attenti agli aggiornamenti (senz’altro positivi) che arrivano dai forestieri!
Tutte queste aspettative rischiano – con ottime probabilità – di essere disattese dalla realtà e la paura di deludere gli altri aumenta il nostro livello di frustrazione quando il “copione”, così come l’avevamo immaginato, non viene rispettato.
La dura realtà dell’espatrio
Attraverso la lente dell’idealizzazione vediamo una realtà perfettamente distorta, che si adatta al nostro desiderio ma che non è conforme alla verità. Questa romanticizzazione dell’espatrio verrà smentita non appena la vita da expat ci mostrerà le sue sfaccettature più buie, ci confermerà dubbi e insicurezze che avevamo prima di partire e ci metterà davanti a numerose difficoltà in ambito amministrativo, umano e lavorativo.
Solo allora capiremo che espatriare è tutt’altro che rose e fiori e, forse, rivaluteremo ciò che ci siamo lasciati alle spalle. Sarà duro ammetterlo a noi stessi e ancora più complicato farlo capire agli altri: se le persone che ci circondano sono intrise di anti-meridionalismo non comprenderanno come ci si possa lamentare del vivere fuori, non crederanno che anche nel civilizzato estero certe cose possano non funzionare, non considereranno ragionevole un pentimento perché, nell’immaginario comune, emigrare è sempre sinonimo di successo.
Recentemente sul profilo di una expat coach argentina ho scoperto questo detto: “uno dice lo que dice y el otro escucha lo que escucha” (trad.: uno dice quello che dice e l’altro ascolta quello che ascolta). In sostanza, poiché ognuno interpreta i fatti in base alle proprie convinzioni è inutile cercare di convincere gli altri di come viviamo all’estero o giustificare quello che facciamo: continueranno comunque a pensarla allo stesso modo.
Immaginazione vs. realtà
Chi non ha alle spalle un’esperienza di espatrio non può capire fino in fondo quanto può essere sostanziale la differenza tra immaginazione e realtà. Per renderlo più comprensibile, riporto pochi esempi visivi e reali, applicati alla mia vita alle Canarie, su “come gli altri pensano che vivo” vs. “come vivo realmente”.




Lo scontro tra immaginazione e realtà può essere molto duro e ogni persona vi reagisce in modo del tutto personale. C’è chi si auto convince di star bene ed essere felice all’estero pur di non ammettere a sé stesso e agli altri che l’espatrio non era come l’aveva immaginato e chi, dopo aver fatto i conti con la realtà, tira le somme e arriva a prendere decisioni controcorrente, come quella di tornare in Sicilia.
In ogni caso non dobbiamo essere troppo duri con noi stessi e punirci se le cose non sono andate come ci aspettavamo. Sia che scegliamo di convivere con una realtà che fa male e ci frustra sia che decidiamo di tornare sui nostri passi, non dobbiamo sentirci dei perdenti, ma piuttosto festeggiare di averci provato e non rimanere col dubbio di come sarebbe potuto essere!

