Lockdown e voglia di tornare in Sicilia

Lockdown e voglia di tornare in Sicilia

Come è capitato a molti, il lockdown per il Covid-19 è stato la causa scatenante della mia definitiva voglia di tornare a vivere in Sicilia.

Quelli seguiti a marzo 2020 sono stati mesi complicati, che hanno messo a dura prova l’intera popolazione mondiale. Da una parte, i governi di tutte le nazioni si sono trovati a gestire un’emergenza sanitaria senza precedenti; dall’altra, la società civile ha assistito a una limitazione della propria libertà individuale mai vista nella storia contemporanea. Eppure la situazione non è stata vissuta allo stesso modo ovunque: alcuni Stati hanno adottato misure più drastiche di altri (poiché stavano subendo delle conseguenze molto più gravi), mentre altri ancora non sono stati quasi sfiorati dalla scia distruttiva che il Covid lasciava dietro di sé.

Ad ogni modo, il lockdown ha segnato un punto di svolta per molti italiani e siciliani emigrati all’estero che, bloccati a migliaia di chilometri di distanza dalla loro terra, hanno iniziato ad interrogarsi sul futuro e sull’eventualità di tornare a vivere in Italia. 

Lockdown: la fase dell’emergenza

All’inizio della pandemia, quando per la prima volta siamo stati costretti a restare in casa, non abbiamo capito la gravità dell’emergenza Covid e quello che sarebbe successo da lì a poco (specialmente in Italia e in Spagna, i paesi europei con il più alto numero di decessi). Per un po’ è stato quasi piacevole rimanere chiusi nelle nostre abitazioni, divisi tra smart working, serie tv e panificazione di massa. È stato quasi liberatorio avere tempo da dedicare a se stessi e ai propri hobby, tempo per annoiarsi, riposarsi o videochiamare quegli amici che, per un motivo o per un altro, non riuscivamo mai a sentire. 

Presto però, tra una pizza e una ciambella appena sfornate, è arrivata la consapevolezza: il lockdown ci stava tenendo lontani dalle nostre famiglie, ci stava isolando, ci stava impedendo di tornare a casa, di abbracciare i nostri affetti più cari e di correre in loro soccorso in caso di bisogno. 

Lockdown: la fase della sofferenza

Quello del primo lockdown per il Covid-19 è stato un periodo difficile per tanti: persone che non potevano incontrare i propri genitori o figli, pur vivendo nella stessa città; persone che non hanno potuto dire addio ai propri cari ammalati; persone rimaste bloccate (a volte per mesi) all’estero senza poter tornare in Italia; persone espatriate in ogni angolo del globo impossibilitate a tornare a casa, il cui dolore era proporzionale ai chilometri che li separavano da casa.

Insomma, non serve che io vi rinfreschi la memoria; l’arrivo del Covid-19 ha stravolto la vita di tutti noi ed è stato motivo di grande sofferenza, ma anche di grande introspezione e cambio di rotta per numerosi siciliani emigrati al nord e all’estero che hanno iniziato ad avere voglia di tornare in Sicilia.

Lockdown: la fase dell’impotenza

Chi, come me, ha scelto di andare via dalla Sicilia per trasferirsi all’estero e non ha una valida alternativa di trasporto all’aereo, comprenderà e condividerà il sentimento di impotenza e di dolore che la pandemia ha supposto per chi era distante quando è stato decretato il lockdown.

Non era un dolore derivato dal divieto di riunirsi con altre persone, dalla chiusura delle frontiere internazionali e nemmeno dall’alto costo e dalla bassa disponibilità di collegamenti aerei di quel periodo. Si trattava di un dolore scaturito dall’impotenza, letteralmente: “l’assenza della possibilità o capacità di compiere un’azione o una funzione, di solito con un senso di disperato avvilimento”. Era un dolore dovuto al “non potere”: non potere aiutare chi ne aveva bisogno, non potere stare accanto a chi stava soffrendo, il non potere passare del tempo con i propri cari, assillati dal costante timore di “e se succede qualcosa?”.

Chi l’ha vissuto lo sa: non c’è nulla di più affliggente che sentirsi ed essere impotenti di fronte a qualcosa che ti fa soffrire. Lasciare la Sicilia era stato doloroso, ma nulla paragonato al dolore di non potervi fare ritorno.

Lockdown: la fase della coscienza

Come si suol dire “non tutti i mali vengono per nuocere” e il lockdown è stato, per me e per molti altri espatriati, l’occasione per un profondo lavoro di introspezione. Chiusi tra le mura domestiche, in tanti ci siamo ritrovati a riflettere sul peculiare periodo storico che stavamo attraversando, a interrogarci sulle nostre esistenze, sulle nostre priorità e aspettative personali (soprattutto). L’avvento del Covid-19 ci ha dato la consapevolezza ulteriore che in questa vita siamo di passaggio, che non dobbiamo dare nulla per scontato, che la nostra libertà può vedersi limitata da un giorno all’altro e che il momento giusto per fare ciò che desideriamo e stare accanto alle persone che amiamo è ADESSO, perché “del doman non v’è certezza”.

Personalmente ho preso piena coscienza di tutto questo quando, alla fine del 2020, le condizioni di salute della mia unica nonna sono peggiorate drasticamente e ho dovuto farmi in quattro per riuscire ad andarla a trovare. C’erano stati importanti tagli ai collegamenti aerei, dalle Canarie non si trovavano molte coincidenze (figuriamoci all’ultimo minuto!), i prezzi erano schizzati alle stelle e a questi si aggiungeva il costo dei tamponi molecolari che bisognava fare all’ingresso di ogni paese. Quando ho deciso di andare a vivere alle Canarie sapevo che tornare in Sicilia con frequenza sarebbe stato complicato, ma mai avrei immaginato che potesse essere quasi impossibile. Alla fine ce l’ho fatta: mia nonna mi ha aspettata per un ultimo saluto e  qualche giorno dopo il mio arrivo ci ha lasciati.

Lockdown: la fase della rivelazione

Avere rischiato di non arrivare in tempo è stata una sensazione devastante per me e ha concretizzato una delle mie più grandi paure dell’andare a vivere all’estero: non esserci al momento del bisogno. Reduce da quell’esperienza e immaginando un futuro in cui dall’altra parte potrebbero esserci i miei genitori, mi sono confrontata a lungo con Dario sulla nostra scelta di vivere all’estero. È stato così che una sera di inizio 2021, davanti ad un bicchiere di vino, abbiamo capito che era giunto il momento di tornare in Sicilia, di godersi la famiglia e gli amici, di stare ad una distanza ragionevole che ci permettesse di essere a casa nel momento del bisogno, di rientrare e provare a costruire qualcosa nella nostra amata-odiata terra.

Credo che abbiamo avuto il “coraggio”, o meglio la lucidità, di prendere questa decisione perché partivamo dalla convinzione che l’espatrio non è una condizione immutabile se non vogliamo che lo sia. Questo pensiero ha rappresentato la mia strategia per superare la paura di emigrare e, a posteriori, posso affermare che non è stato utile soltanto per affrontare l’emigrazione, ma si è rivelato essenziale per prendere in considerazione il ritorno in Sicilia.

In che modo l’arrivo del Covid-19 ha influito sulla vostra vita da espatriati?

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