Passiamo ad un tema che può avere molteplici sfaccettature nella vita di un expat: il lavoro.
A proposito dei siciliani che scelgono di andare via dalla Sicilia per cercare migliori opportunità lavorative si sente spesso dire che “cu nesci arrinesci”, ma è davvero così? Secondo me la risposta è un grandissimo DIPENDE che ha a che fare, innanzitutto, con la destinazione dell’emigrazione: resto d’Italia o paese estero? Le difficoltà a cui si va incontro nell’uno o nell’altro caso, infatti, sono significative.
Chi lascia la Sicilia per andare a lavorare al nord Italia dovrà probabilmente scontrarsi con l’anti-meridionalismo, con il caro affitti e con tutto ciò che la vita da fuori sede comporta (distanza da casa, possibilità di tornare giù solo per le feste, caro voli, il pacco da giù, eccetera). A livello professionale vero e proprio, però, non dovrebbero esserci particolari problemi: la formazione universitaria o professionale conseguita ha valenza su tutto il territorio nazionale, la lingua parlata è unica (inflessioni dialettali a parte), le condizioni fiscali e contributive sono le stesse – un po’ meno quelle retributive.
La dura realtà del lavoro da expat
Quando parliamo di trasferimento in un paese straniero, la situazione cambia drasticamente. A meno che tu non ti trasferisca per cogliere un’offerta lavorativa concreta o avendo già un lavoro in smart working, cercare un impiego all’estero comporta molte sfide: conoscere la lingua locale, tradurre il CV, adattare le tue aspettative alla cultura locale, capire l’andamento del mercato del lavoro, comprendere la relazione tra stipendi e costo della vita, valutare la necessità dell’omologazione dei tuoi titoli di studio, richiedere il rilascio di un visto d’ingresso (se fuori UE) e tanto altro.
Della questione titoli di studio nell’Unione Europea e della sua complessità ho parlato nell’articolo dedicato a vita da expat e amministrazione. Immagina di essere una persona super qualificata nel tuo paese di origine e di trasferirti in uno Stato in cui i sacrifici e il tempo spesi nella tua formazione non vengono riconosciuti: come ti comporteresti? Saresti disposto ad accettare posizioni lavorative inferiori o a cambiare del tutto ambito professionale?
Potremmo pensare che per chi ha un profilo ad alta specializzazione (ad esempio medico, avvocato, ecc.) sia più semplice trovare il proprio posto nel mercato del lavoro all’estero, ma non è così: le leggi cambiano, le procedure cambiano, le metodologie cambiano. Una persona che nel proprio paese svolge in maniera eccellente la professione dell’avvocatura, avrà bisogno di tempo per raggiungere lo stesso livello professionale all’estero – basti pensare all’ostacolo della lingua e all’iscrizione all’albo corrispondente.
Con questo semplice esempio è possibile comprendere come il binomio lavoro + vita da expat è molto complesso.
Lavoro e disoccupazione alle Canarie
Sebbene le Canarie vengano considerate da molti il luogo in cui andare a fare fortuna, è necessario fare una premessa: investire o fare imprenditoria è molto diverso dall’essere un dipendente. Le isole Canarie, infatti, non eccellono né per percentuale di occupazione né per livello di retribuzione: il tasso di disoccupazione è tra i più alti di Spagna, attestandosi al 14,7% nel 4º trimestre del 2022 (fonte INE) contro il 14,9% della Sicilia nello stesso periodo (fonte ISTAT) per la fascia d’età compresa tra i 15 e i 64 anni; il numero di persone che vivono dell’assistenzialismo statale è alto, mentre il salario minimo non cresce di pari passo al costo della vita.
Insomma, alla luce di questi dati poco incoraggianti e delle numerose variabili elencate nel paragrafo precedente, non posso dire di essere andata a vivere alle Canarie pensando di trovare il lavoro della vita! Infatti, a parte un primo lavoretto part-time finalizzato a ottenere il famoso Número de Identificación de Extranjero (N.I.E.) e un’altra breve e deludente esperienza da dipendente, ciò che oggi mi rende una lavoratrice è la mia avventura da autonoma.
Agevolazioni per lavoratori autonomi alle Canarie
Nella mia esperienza da freelance, tre elementi hanno giocato un ruolo chiave: la visione futura, il coraggio e la consulenza.
Quando decisi di licenziarmi dal precedente (e ad oggi ultimo) lavoro da dipendente non pensai subito di mettermi in proprio… Anzi, non avevo mai preso in considerazione quella possibilità in tutta la mia vita! Poi però iniziai a visualizzare come sarebbe potuto essere il mio futuro da lavoratrice autonoma e questo mi motivava molto.
Oltre alla visione ottimistica ci volle una bella dose di coraggio perché le paure erano parecchie. E se le cose non vanno bene? E se non trovo clienti? E se non sono capace? E se non guadagno abbastanza? E se, e se, e se…
Ciò che mi convinse in maniera definitiva a fare il passo fu una buona consulenza professionale. Non volendo rischiare di fare il passo più lungo della gamba, mi rivolsi a uno studio di consulenza fiscale, tributaria e del lavoro per comprendere a cosa sarei andata incontro in termini di costi, tassazione, contributi e via dicendo.
Con mia grande gioia appresi che avrei avuto diritto a una serie di sgravi fiscali e agevolazioni contributive per lavoratori autonomi che avrebbero abbattuto in modo significativo le spese iniziali. Inoltre, l’attività che volevo avviare non richiedeva grandi investimenti (come l’affitto di locali o l’acquisto di apparecchiature) per cui era decisamente il momento giusto per buttarsi!
E così, a gennaio 2018 iniziai la mia avventura da freelance, chiamata INTERMOBEX – International Mobility Experience, con cui tuttora mi occupo di gestione di progetti europei di mobilità internazionale nell’ambito del Programma Erasmus+.
Quindi, cu nesci arrinesci?
Dopo 5 anni di attività, fatica e discreti successi posso ritenermi assolutamente soddisfatta della mia carriera come lavoratrice autonoma: se tornassi indietro rifarei la stessa scelta altre mille volte! Tuttavia, non mi sento di dire che “cu nesci arrinesci” poiché ritengo che il mio successo non è una diretta conseguenza del fatto di aver lasciato la Sicilia (come quello di qualunque altro siciliano andato via dalla propria terra).
Il successo è in buona parte frutto di scelte audaci, pazienza, perseveranza, buona attitudine, motivazione e passione per ciò che si fa. È importante conoscere se stessi, i propri punti di forza e la debolezza, capire in cosa si ha talento e puntare sulle competenze e capacità in cui riteniamo di essere brillanti. Inoltre, è fondamentale fissare degli obiettivi chiari e reali per evitare di sprecare tempo, sforzi e denaro in attività poco producenti.
Certo, il successo è anche influenzato dalle contingenze sociali, culturali ed economiche proprie dell’ambiente in cui viviamo, ma trovo sbagliato affermare a priori che chi va via (dalla Sicilia o dal sud Italia in generale) ha successo, mentre chi resta è destinato a un futuro grigio e triste. Si tratta di un’affermazione generalizzante e pessimistica che, a mio parere, non rispecchia la realtà nella sua interezza e non fa giustizia a chi sceglie di restare a costruire un futuro in Sicilia e di generare valore per il proprio territorio.
Tu hai fatto un’esperienza di lavoro all’estero? Com’è andata?

