Come superare la paura di emigrare

Come superare la paura di emigrare

Ribadendo che dubbi e insicurezze dell’espatrio sono parte integrante di tale processo, come superare la paura di emigrare?

Inizio col dire che non penso esista una formula magica (o almeno io non ce l’ho!), ma che ciascuno impari a riconoscere e affrontare le proprie paure con strumenti, tempi e modalità differenti, laddove il vissuto di ognuno di noi è fatto di valori, priorità e obiettivi che ci rendono esseri unici, così come uniche sono le nostre emozioni.

Ogni espatrio è un mondo

Non basta raggruppare due persone sotto l’etichetta di expat per predire o generalizzare il loro modo di vivere l’espatrio: le esperienze pregresse, il carattere, il modo di pensare e agire, le abilità personali di ciascuno sono elementi in grado di influenzare profondamente il modo di far fronte agli eventi.

Da brava persona razionale e pragmatica quale sono, dopo aver identificato le mie 3 principali paure di vivere all’estero, mi sono chiesta se e come avrei potuto rimediarvi. La risposta è stata NI: 

  • No, non c’è rimedio a quelle paure perché derivano da situazioni reali che possono verificarsi e che, in gran parte, si verificheranno (e si sono verificate).
  • Sì, posso affrontare e superare quelle paure con pensieri e soluzioni altrettanto reali. 

Mi spiego meglio: se da un lato, con la scelta di vivere all’estero devo accettare il fatto di non poter accorciare le distanze fisiche o di non poter prevedere quando si presenterà “il momento del bisogno”, dall’altro lato posso convivere con la mia homesickness e preoccuparmi di “ciò che potrebbe accadere” solo quando accadrà, trovando delle soluzioni sul momento.

La mia strategia per superare la paura di emigrare

E così ho fatto. Ogni volta che uno di quei timori astratti si è materializzato in un avvenimento reale (una nonna malata che peggiora all’improvviso, cari amici che si sposano, mia sorella che si laurea, l’altra che ha una bambina, una pandemia mondiale che mi impedisce di lasciare la Spagna) ho affrontato la lontananza come ho potuto: in alcuni casi con un volo last minute (per vedere mia nonna prima che ci lasciasse), in altri casi con attese lunghe mesi (per conoscere finalmente la mia nipotina), in altri ancora con delle rinunce (a momenti importanti come il matrimonio di persone care). 

Vedere le mie paure divenire realtà è sempre causa di grande tristezza, ma ciò che mi aiuta ad affrontarle è la consapevolezza che tutto questo non è immutabile (se io non lo voglio). Le mie paure hanno trovato risposta nell’idea confortante che “nulla è per sempre” e – prendendo in prestito un’espressione spesso usata da Dario – “non siamo alberi”, non abbiamo radici che ci trattengono in un determinato luogo, ma possiamo muoverci quando e quanto vogliamo. 

In realtà, eravamo già arrivati alla conclusione che le nostre scelte non fossero irremovibili quando avevamo riflettuto su dove, come e quando andare a vivere all’estero. Nel valutare quale fosse la modalità migliore per espatriare: periodo di prova o trasferimento immediato?, ci eravamo resi conto che vivere da turisti di lungo periodo non ci avrebbe permesso di capire se quella fosse la strada giusta per noi; dall’altra parte, però, l’idea di trasferirsi all’estero subito “con armi e bagagli” portava con sé il rischio del pentimento. Un rischio che abbiamo accettato e accolto, vedendo nel ripensamento un sintomo di coraggio e maturità piuttosto che una debolezza.

La fluidità come via di fuga e di serenità

Prima di andare a vivere alle Canarie allora, ci siamo detti che semmai fossimo stati infelici qui, ci saremmo riservati il diritto di tornare sui nostri passi e decidere di andare altrove o tornare in Sicilia. D’altronde, James Russell Lowell diceva che “solo i morti e gli stupidi non cambiano mai opinione”.

Questa idea di “fluidità” è stata la formula vincente per superare paure e momenti negativi nella mia esperienza da expat. Realizzare di avere una “via di fuga” aperta, di poter fare dietro front qualora ne avessi avvertito l’urgenza, di non sentirmi costretta a rimanere in un luogo soltanto perché “ormai” avevo scelto di vivere lì, o di non dovermi vergognare per essere incapace di sconfiggere la mia homesickness è stato molto rassicurante. 

Un espatrio non è mai (per forza) definitivo

Vivere l’espatrio come qualcosa di non definitivo è stata la MIA formula vincente per superare le paure. 

Lungi da me considerarla una strategia universale, poiché ciascuno vive l’espatrio a modo proprio, trovando le risposte e le soluzioni per sé più plausibili. C’è chi si arrende alle prime difficoltà, chi decide di spingersi oltre i propri limiti, chi si lascia travolgere passivamente dagli eventi, chi ha paura di deludere le aspettative di qualcuno, chi invece non ha timore di cambiare rotta e tornare sui propri passi. Infine, c’è chi prova a sconfiggere le proprie paure e chi decide, legittimamente, di non affrontarle.

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