Il luogo perfetto non esiste

Il luogo perfetto non esiste - Articolo su Tornare in Sicilia

Nell’ultimo articolo arrivavo alla conclusione che “il luogo perfetto non esiste” e raccontavo di come, dopo il rientro in Sicilia, abbia scoperto che il vero cambiamento non stava tanto nel tornare quanto nel modo in cui la quotidianità si è progressivamente riorganizzata intorno a una serie di scelte molto concrete, come quella di andare a vivere nel bosco.

Quando pensiamo ad un trasferimento ci chiediamo se troveremo lavoro, se riusciremo a ricostruire una rete sociale, se il territorio offrirà le opportunità che stiamo cercando. Poco riflettiamo, invece, sul tipo di vita che desideriamo costruire una volta arrivati. 

Vivere in una grande città, in un piccolo paese o in natura non significa semplicemente abitare in luoghi con altitudini, paesaggi e urbanistica diversi. Significa vivere giornate profondamente diverse.

Io questa differenza l’ho sperimentata abbastanza bene. Vengo da un paese di ventimila abitanti, ho vissuto in una grande città come Torino, ho sperimentato l’ibrido della città sul mare con Las Palmas, oggi vivo in una casa immersa nel verde alle pendici dell’Etna. 

E più passa il tempo, più mi convinco che nessuna di queste soluzioni sia oggettivamente migliore delle altre. Sono semplicemente adatte a persone diverse o a momenti diversi della vita.

La vita dinamica e stimolante della città

Quando vivevo in città davo per scontate moltissime di cose. Potevo uscire di casa senza avere un piano preciso, decidere all’ultimo momento di prendere un caffè con un’amica, partecipare a un evento dopo il lavoro senza dover fare calcoli quantistici per capire a che ora sarei rientrata. 

La città, da questo punto di vista, offre una libertà particolare, fatta di possibilità. C’è sempre qualcosa da fare, qualcuno da incontrare, qualche attività a cui partecipare. Per chi è curioso, ama sperimentare o trae energia dal contatto con persone e ambienti diversi, la città può essere incredibilmente stimolante. Anche nei periodi in cui non sfruttavo davvero tutte queste opportunità, sapere che fossero lì, a portata di mano, mi faceva stare bene.

Certo, esiste anche il lato meno romantico della faccenda. La città è spesso rumorosa, affollata, frenetica, richiede energia, ti espone continuamente a stimoli, opportunità e distrazioni. A volte hai la sensazione che tutto si muova molto velocemente e che, per non restare indietro, tu debba fare lo stesso. E quando ogni sera c’è qualcosa che potresti fare, finisci anche per convivere con la FOMO, quella sottile sensazione di stare sempre rinunciando a qualcosa.

Per anni quella sensazione mi è piaciuta, oggi credo che mi stancherebbe molto più di quanto fossi disposta ad ammettere dieci anni fa. O forse, semplicemente, sono cambiata io e insieme a me sono cambiate le cose che considero davvero importanti nella mia quotidianità.

La soluzione intermedia: i piccoli centri

I piccoli paesi occupano una posizione curiosa in questo confronto, quasi come se rappresentassero un compromesso naturale tra la vivacità della città e la tranquillità della natura. Qui esiste una dimensione comunitaria che nelle città spesso si perde: le persone si conoscono, si incontrano con regolarità, costruiscono relazioni che durano nel tempo e condividono una storia comune fatta di luoghi, famiglie e tradizioni. Può essere rassicurante sapere di appartenere a una comunità e avere la sensazione di essere parte di qualcosa di più grande del proprio nucleo familiare. A volte basta uscire per comprare il pane e ritrovarsi a scambiare due parole con qualcuno che non vedevi dalle scuole elementari!

Questa caratteristica per alcuni rappresenta un punto di forza, mentre da altri può essere vissuta come un limite. Nei piccoli centri l’anonimato è praticamente una leggenda metropolitana! Se in città puoi trascorrere anni nello stesso palazzo senza sapere come si chiamino i tuoi vicini, in paese può capitare che qualcuno sappia che sei tornata per il weekend prima ancora che tu abbia finito di disfare la valigia 😀 

Al di là dell’ironia, vivere in un piccolo centro significa accettare una maggiore esposizione sociale. Per alcune persone questo si traduce in un forte senso di appartenenza e in una rete di supporto preziosa; per altre può risultare soffocante. Ancora una volta, non si tratta di stabilire cosa sia meglio o peggio, ma di capire quale tipo di quotidianità sia più coerente con il proprio carattere, le proprie abitudini e la fase della vita che si sta attraversando.

Vivere immersi nella natura

Poi ci sono la campagna, il mare, la montagna. Vivere immersi nella natura, lontani dai centri abitati, è una di quelle esperienze che risultano difficili da spiegare a chi non le desidera particolarmente.

Se il tuo ideale di felicità comprende grandi centri commerciali, locali aperti fino a tardi, concerti, mostre ed eventi ogni settimana, probabilmente non riuscirai mai a capire perché qualcuno scelga volontariamente di abitare in un posto dove, dopo una certa ora, l’unico rumore è quello dei cani del vicinato che abbaiano al passaggio di un gatto.

Per me c’è qualcosa di profondamente appagante nel poter uscire di casa e ritrovarsi circondati dal verde. Nel seguire il susseguirsi delle stagioni non attraverso il calendario, ma osservando gli alberi che cambiano colore e perdono le foglie. Nel rendersi conto che il silenzio, quando non lo si sperimenta quasi mai, è un lusso molto più raro di quanto siamo abituati a pensare.

Naturalmente non esistono soltanto gli aspetti poetici di questo stile di vita ed è qui che ritorna la riflessione con cui si concludeva il precedente articolo: ogni scelta di vita è fatta di compromessi.

 

Conclusioni

Credo che uno degli errori più comuni, soprattutto quando si fantastica su un trasferimento o su un ritorno, sia immaginare che esista una soluzione perfetta. Il luogo capace di offrirci contemporaneamente natura, servizi, opportunità professionali, relazioni autentiche, mobilità efficiente, tranquillità e una qualità della vita impeccabile.

Io sono convinta che la domanda giusta sia un’altra. Non dovremmo chiederci dove si vive meglio, ma quali compromessi siamo disposti ad accettare per scegliere il modo in cui desideriamo trascorrere gran parte delle nostre giornate. 

Ti invito a fare un esperimento: la prossima volta che guarderai un annuncio immobiliare, analizza le foto, la posizione sulla mappa, fai un giro con Google Street e poi immagina come sarebbe la tua quotidianità. Cosa vedi? Cosa senti? Cosa provi?

 

PS: Mentre scrivo questo articolo (è domenica sera) sto ascoltando Radio Deejay e ospite di Daniele Bossari c’è Guidalberto Bormolini che parla del libro “Chiedilo agli alberi” e della vita in natura 🍃❤️ 

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