Le mie 3 principali paure di vivere all’estero

Paure di vivere all'estero

Ho già parlato di quanti dubbi e insicurezze la scelta di espatriare, come ogni scelta importante, si porti dietro. Per quanto tu possa essere una persona risoluta e convinta delle proprie azioni, quella di lasciare la tua terra non è mai una decisione facile.

Nei due anni successivi alla prima proposta di Dario di trasferirsi alle Canarie, mille paure di vivere all’estero mi travolsero; ogni volta che riuscivo a fare un elenco lungo e convincente dei vantaggi dell’andare via dalla Sicilia, eccomi ripiombare nello sconforto e nell’indecisione.

Le mie maggiori preoccupazioni di vivere all’estero giravano attorno a un unico punto: il mio attaccamento alle radici. Banalmente non avevo paura di non trovare lavoro, non integrarmi o non farmi nuovi amici all’estero; i miei timori non erano legati a ciò che avrei trovato una volta lì, ma a ciò che avrei lasciato a casa.

Volendo provare a metterle nero su bianco, quelle che seguono erano le mie 3 principali paure di vivere all’estero.

Homesickness

Letteralmente, si definisce come homesickness

“il desiderio melanconico e violento di tornare in patria, ossia di rivedere i luoghi dove passammo l’infanzia e dove albergano oggetti cari”

In parole povere, nostalgia di casa.

È un sentimento che accomuna molti espatriati e si traduce in un generale stato d’animo negativo e in un diffuso senso di solitudine dovuto alla non conoscenza dei luoghi, alla mancata integrazione nella società, alla diversità delle abitudini di vita, alla lontananza dalla propria terra. Per alcuni è un sentimento transitorio, caratteristico del periodo iniziale dell’espatrio, mentre per altri (come me) è una costante. 

Il pensiero che la famiglia, gli amici, il mondo che hai lasciato vadano avanti senza di te, che tu non ne sia più parte attiva, che ti perderai un sacco di avvenimenti ed eventi, che col tempo la tua presenza in quel piccolo mondo che per te è home sfumerà, per lasciare il posto a visite brevi e saltuarie… Per me questo è stato un pensiero sconfortante, ancor prima di lasciare la Sicilia. Inutile aggiungere che durante gli anni fuori si è rinforzato.

Distanze troppo grandi

Va bene che viviamo in un mondo globalizzato pieno di voli low cost e di strumenti tecnologici che accorciano le distanze, ma quando vivi a più di 3.000 km (in linea d’aria) da casa e senza la possibilità di spostarti in macchina, treno o nave – almeno non in tempi ragionevoli – tutto ti sembra più lontano e difficile da raggiungere. E nel mio caso non parlo soltanto di tornare a casa, ma di viaggiare in generale. 

Prima di andare a vivere alle Canarie avevo il timore che la latitudine geografica nella quale ci saremmo trovati ci avrebbe fossilizzati, portandoci a viaggiare meno e a visitare raramente le persone care. Il tempo, poi, mi ha dato ragione. 

Oggi come allora, vivere “lontano” per me ha grandi svantaggi. L’idea che, in caso di emergenza, io debba impiegare un giorno intero per arrivare in Sicilia è snervante; l’eventualità che possano cancellare i collegamenti aerei bloccandomi sull’isola (Covid docet) è angosciante; il fatto che io non possa organizzare una breve fuga per andare a trovare i miei cari o semplicemente un viaggio last minute perchè le lunghe distanze e i costi dei voli lo rendono proibitivo è soffocante.

Il momento del bisogno

C’è poi una preoccupazione che più di altre tormenta chi, come me, è particolarmente legato alla famiglia ed è cresciuto in un contesto di forte mutualità: e se succedesse qualcosa mentre non ci sono? E se qualcuno avesse bisogno di me o, viceversa, io avessi bisogno di aiuto?

Il più delle volte l’espatrio è una scelta fatta all’epoca della maturità – anagrafica ed emotiva – di una persona. Andare via a 30 anni vuol dire prendere consapevolezza di cose a cui prima non si dava troppo peso e che, viste attraverso la lente della distanza, appaiono ancora più spaventose; una su tutte: il momento del bisogno. 

Genitori che iniziano ad avere un’età, nonni che non vivono in eterno, fratelli e sorelle che si laureano, sposano o aprono un’attività, figli che potrebbero arrivare, malattie o lutti imprevisti, persino epidemie (!) e catastrofi naturali, sono tutte situazioni in cui la tua famiglia ti potrebbe necessitare o, al contrario, tu potresti aver bisogno di loro. 

È inevitabile pensarci, così come è inevitabile riconoscere che la distanza rende questi avvenimenti difficili da gestire, sia da un punto di vista fisico che emotivo. 

Le mie paure di vivere all’estero si possono, dunque, riassumere in un unico grande concetto: paura dell’assenza e di perdersi momenti e persone che non torneranno più. Questo era il mio timore più grande prima della partenza e lo è tutt’ora.

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