Se dovessi assegnare all’idea di tornare in Sicilia un anno in concreto nel lungo excursus di date importanti che hanno scandito la mia esperienza di emigrazione, quello sarebbe sicuramente il 2020. Riassumendo (molto) il processo direi che l’idea del rientro ha iniziato a manifestarsi prepotentemente in tempi di Covid, per poi acquisire il carattere di definitività a inizio 2021, ma le cose sono state più complesse di così.
In precedenza ho raccontato che fu il mio compagno Dario ad avanzare l’idea di lasciare la Sicilia per trasferirsi alle Canarie; quando me lo propose per la prima volta era il 2014, quando decidemmo di farlo davvero era già il 2016. Perché ci vollero due anni? Beh perché io ero piena di dubbi e insicurezze e non ero del tutto convinta di fare quel passo, ma alla fine decisi di espatriare.
I duri anni da espatriata
Sono sempre stata molto legata alle mie radici e, come era prevedibile, la decisione di andare a vivere all’estero non ha fatto che alimentare la mia homesickness. Abituarsi a una lontananza fisica che a volte è anche affettiva, accettare l’impossibilità di visitare i propri cari tante volte quante si vorrebbe, convivere con la consapevolezza di perdersi dei momenti importanti o di non poter correre a casa nel momento del bisogno, sentirsi fondamentalmente soli e stranieri, è stato un boccone amaro da digerire.
Sin da subito l’espatrio mi ha mostrato le due facce della medaglia: se da un lato, iniziare da zero in un paese straniero ti fa mettere in gioco, ti permette di conoscere persone e luoghi nuovi, ti apre la mente, ti regala prospettive differenti; dall’altro lato, ti pone di fronte a limiti e paure che non sapevi di avere, ti sbatte in faccia la realtà, smonta le tue aspettative e ti apre gli occhi su ciò che hai davanti e ciò che ti sei lasciato alle spalle.
Nei primi due anni da expat ho attraversato molti “momenti no”, in cui riuscivo solo a piangere per la malinconia e pensare a quanto quella distanza mi stesse facendo soffrire. All’inizio tendevo a colpevolizzarmi; ogni volta che ero triste o giù di morale mi ripetevo che non dovevo/non potevo lamentarmi perché ero stata io a voler andare via. Poi però ho capito che aver fatto quel passo non significava farsi andar bene qualsiasi cosa, tacere o far finta che fosse tutto rose e fiori. No, dovevo essere onesta con me stessa e con chi mi stava accanto; se non stavo bene, dovevo esternarlo; se ero triste, dovevo dirlo apertamente; se mi stavo pentendo della decisione di espatriare, dovevo affrontarlo. Col tempo ho imparato ad accettare le mie debolezze e ad essere più indulgente con me stessa e questo mi ha permesso di vivere l’esperienza con più serenità.
Il desiderio di tornare in Sicilia
Non è difficile immaginare che, in questa cornice di tristezza e nostalgia, io abbia pensato più volte di tornare in Sicilia o quanto meno avvicinarmi un po’ di più a casa.
I primi anni non contavo con l’appoggio di Dario: lui stava bene alle Canarie, amava la slow life e abitare a 200 metri dal mare, poter andare a surfare ogni giorno, poter passare molto tempo all’aria aperta per via delle temperature miti durante tutto l’anno. D’altronde, lui lavorava fuori (faceva avanti e indietro dall’Olanda) e viveva Gran Canaria più come una vacanza che come luogo di residenza, e per questo non aveva il polso reale della situazione: non aveva a che fare con le persone del luogo, con la burocrazia, con i servizi, con i costumi locali. Insomma, la sua era una visione patinata e parziale.
Al contrario, io ero un’espatriata al 100%. Dovevo farmi degli amici, occupare il tempo, trovare un lavoro, imparare la lingua, vivere l’isola nella quotidianità (oltre che nella solitudine). Dei due io ero quella totalmente immersa nel nuovo paese, con tutti i suoi pro e i contro; io era quella realmente distante, perché isolata su un’isola a migliaia di chilometri dall’Italia. Dario questo non lo viveva sulla sua pelle o, comunque, non gli pesava come a me.
Sebbene io non dicessi chiaramente di voler andar via, il mio malessere era evidente e si scontrava con la sua voglia di rimanere. Nei momenti di maggior sconforto, come punto di incontro, valutammo di andare a vivere altrove in Spagna (per lui, in quel momento, trasferirsi in Sicilia non era un’opzione); io avrei accettato di buon grado di rimanere nel paese iberico a patto di spostarci in penisola, più vicini all’Italia e meno isolati dal resto del mondo.
A distanza di tanti anni, non saprei dire perché l’alternativa della Spagna peninsulare non andò in porto. Probabilmente abbandonammo l’idea quando, nel 2018, io iniziai a lavorare come libera professionista creando INTERMOBEX – International Mobility Experience, l’attività con cui gestisco progetti europei di formazione. Da quel momento in poi la mia insofferenza lasciò spazio alla voglia di fare, di avere una carriera di successo, di costruire qualcosa con le mie sole forze. La tristezza e la nostalgia non erano svanite, certo, ma avevo meno tempo per pensarci… E soprattutto, avevo una maggiore indipendenza economica che mi consentiva di andare e venire dalla Sicilia ogni volta che ne avevo voglia e bisogno.
Tornare in Sicilia: tra desiderio e realtà
Tra il 2018 e il 2020 non ricordo di aver più affrontato in maniera seria il discorso del rimpatrio con Dario. Io ero molto concentrata sulla mia attività, lui aveva iniziato un nuovo lavoro in Africa e semplicemente ci godevamo il tempo libero che trascorrevamo insieme.
Nonostante da allora io abbia vissuto il mio espatrio con maggiore tranquillità, grazie soprattutto alla mia avventura professionale, l’idea di tornare a vivere in Sicilia è sempre rimasta lì, in sordina, di sottofondo. Non l’ho mai abbandonata, ma non l’ho nemmeno più tirata fuori.
Poi arrivò il 2020 e le cose cambiarono, ma di questo parlerò un’altra volta.

