Ho descritto da diversi punti di vista il processo che ci ha portati alla decisione di lasciare la Sicilia per andare a vivere alle Canarie, ma adesso è giunto il momento di parlare della vita da expat e inizieremo dall’amministrazione: è facile trasferirsi all’estero? È tutto così eccitante come sembra o ci sono anche delle difficoltà?
Per una serie di motivazioni avevamo scelto di andare a vivere a Gran Canaria, optando per un trasferimento immediato. Prima di imbarcarci sul volo che ci avrebbe portato nell’arcipelago canario, avevamo caricato tutte le nostre cose su un container che sarebbe approdato (con non poca fatica) al porto di Las Palmas de Gran Canaria circa 4 settimane più tardi.
Venivamo per restare, insomma, ed avevamo intenzione di fare le cose per bene: documenti, residenza, tasse, contratto d’affitto in regola, conto in banca, sim card spagnola. Spoiler: siamo riusciti a far tutto, ma il cammino è stato parecchio insidioso!
Due expat, un container e uno sponsor
Il primo step della nostra emigrazione consisteva in una missione ben precisa: spedire un container con tutti i nostri effetti personali a destinazione.
Le Canarie sono una regione a regime economico e fiscale speciale (ad esempio non c’è l’IVA), per cui la spedizione di qualsiasi merce nell’arcipelago viene considerata come un’importazione ed è soggetta a costi e controllo doganale. Non trattandosi di una semplice spedizione con destinatario, “l’importatore” deve essere una persona già residente sul territorio canario e in possesso di documento di identità spagnolo o di N.I.E. (número de identificación de extranjero).
Ora, noi stavamo spedendo il container dalla Sicilia ancora prima di trasferirci: come facevamo ad avere un indirizzo di residenza canario e il N.I.E.? Appunto, non ce li avevamo. L’unico modo per portare a termine la missione era trovare un residente che ci facesse la cortesia di dichiararsi come importatore del nostro container. Una sorta di sponsor, praticamente.
Potevamo chiedere a un perfetto sconosciuto di fidarsi di noi, darci una copia del suo documento di identità ed intestarsi un intero container senza conoscerne il contenuto? No, bisognava chiedere il favore a una persona conosciuta. E chi conoscevamo noi a Gran Canaria prima di partire? Per fortuna UNA persona: un vecchio collega di Dario, che con il suo prezioso aiuto ci ha permesso di far arrivare il container a destinazione!
Amministrazione: italiani cittadini di serie B
Mi dispiace molto dirlo, ma qui alle Canarie ci sono cittadini europei di serie A e di serie B. Indovinate in che girone giochiamo noi italiani? Purtroppo in passato molti nostri connazionali sono stati protagonisti di truffe e affari poco leciti qui sulle isole, e per questo motivo adesso i giusti pagano per i peccatori.
Nella pratica questa “discriminazione” si traduce nell’imposizione, a noi italiani, di requisiti più restrittivi (al limite dell’assurdo) per ottenere la residenza e il numero di identificazione fiscale. Durante uno dei mille appuntamenti al Commissariato di Polizia per richiedere il N.I.E. ci dissero persino che per ottenerlo avremmo dovuto comprare un’auto o una casa!
Lo stesso dicasi per l’assicurazione dell’auto: pare che italiani e romeni abbiano la reputazione di essere dei cattivi guidatori, di fare molti incidenti e di conseguenza le polizze auto hanno un costo più alto per noi.
Tutto questo mentre i nostri amici tedeschi, francesi o austriaci vedevano le loro pratiche amministrative risolversi nel giro di pochi giorni.
Un cane che si morde la coda: il N.I.E.
Anche se avevamo assodato che i requisiti per ottenere il N.I.E. erano più restrittivi per noi italiani, non avevamo altra scelta dal momento che il N.I.E. serve per fare tutto: registrare un contratto di lavoro, iscriversi all’ente di previdenza sociale, aprire il conto in banca, attivare un abbonamento telefonico, domiciliare le bollette o persino installare internet a casa.
Dario è riuscito nell’impresa nel giro di un paio di mesi poiché aveva un lavoro (seppur all’estero), una busta paga e aveva acquistato un’assicurazione sanitaria privata; invece io che stavo cercando lavoro in situ, ci ho messo più di 6 mesi.
Infatti, la combo N.I.E. + assunzione è un cane che si morde la coda e qualunque straniero che si sia trovato in questa situazione in Spagna sa di cosa parlo (mia sorella inclusa!): uno dei requisiti per ottenere il N.I.E. è avere un lavoro con contratto regolare, ma per farti un contratto di lavoro l’azienda ti chiede il N.I.E… What?!
Come si esce da questo impasse? L’azienda ti rilascia una dichiarazione con cui si impegna ad assumerti; con la dichiarazione vai a richiedere il N.I.E. provvisorio; con il N.I.E. provvisorio torni dall’azienda che ti fa il contratto vero e proprio; con il contratto vero e proprio vai finalmente a richiedere il N.I.E. definitivo. Vaya tela!, si direbbe in spagnolo.
Expat con cittadinanza europea: vantaggi e limiti
Se c’è una cosa che ho imparato da quando vivo alle Canarie è che essere cittadini dell’Unione Europea ha degli incredibili vantaggi, ma anche degli innegabili limiti.
Partiamo dai vantaggi: puoi guidare con la tua patente, puoi usare la sanità pubblica liberamente, puoi fermarti o entrare ed uscire da un paese tutto il tempo e le volte che vuoi e senza necessità di passaporto, visto o permesso di soggiorno, puoi godere del tuo piano telefonico in roaming e tanto altro.
Quanto ai limiti, ne cito uno per me molto rilevante che non è appannaggio della Spagna e riguarda il riconoscimento dei titoli accademici. Come è possibile leggere sulla pagina web di Your Europe (un sito ufficiale dell’Unione Europea), non esiste un meccanismo automatico per il riconoscimento dei titoli accademici a livello europeo, poiché i sistemi d’istruzione rientrano nelle competenze delle autorità nazionali dei paesi dell’UE.
La Spagna è uno di quei paesi che per riconoscere un titolo di studio o una qualifica professionale straniera esige un “certificato di equipollenza”, che equipara il titolo di studio in questione a un titolo spagnolo. In poche parole, senza l’omologazione dei titoli sei assimilabile ala categoria di studi più bassa e quindi non puoi accedere a concorsi pubblici, offerte di lavoro riservate a chi possiede un determinato livello di studi, non puoi fungere da tutor in un tirocinio curriculare, e via dicendo.
Io, ad esempio, ho due lauree e un master conseguiti in Italia, ma ho scelto di non fare l’equipollenza quindi vengo equiparata a una persona con la terza media; se voglio salire almeno al livello dei diplomati, devo fare una sorta di esame di maturità.
Un altro limite riguarda la mancanza di comunicazione tra le amministrazioni pubbliche dei diversi paesi europei: chi ha un trascorso da expat sa benissimo che le questioni fiscali e tributarie possono essere un incubo! Residenza fiscale, centro di interessi vitali, convenzione sulla doppia imposizione, dichiarazione dei redditi, investimenti e redditi all’estero, versamento e riscatto contributi: sono tutti temi spinosi che non approfondirò in questa sede, ma su cui potete farvi un’idea veloce ascoltando questo episodio di 0039, il podcast di Will Media che racconta storie di cervelli in fuga e in rientro.
Vita da expat e amministrazione: conclusioni
In definitiva, la vita da expat dal punto di vista dell’amministrazione non è rose e fiori; è un percorso lungo e tortuoso, a tratti sfiancante. Io e Dario ci chiamavamo scherzosamente “clandestini” poiché per un po’ siamo stati costretti in una situazione di irregolarità amministrativa da cui non riuscivamo a uscire.
Com’è o come è stata la vostra esperienza da expat con l’amministrazione? Avete lottato contro una burocrazia farigginosa o il vostro processo di espatrio è stato più agile?

