Il racconto che vi porto oggi in Storie di ritorni mi sta particolarmente a cuore per due motivi: come me, la protagonista ha vissuto per un periodo alle Canarie ed è (almeno fino ad oggi o al momento in cui le persone sono state intervistate) la prima testimonianza di un’esperienza di ritorno che si sta rivelando negativa.
Originaria di Mazara del Vallo (TP), come tanti giovani siciliani Giulia Giardina va via a soli 19 anni per frequentare l’università. Si trasferisce a Firenze, dove studia Comunicazione, Media e Giornalismo e in seguito a Milano per frequentare il corso di laurea specialistica in Media Management. Durante gli anni da fuori sede Giulia torna di rado in Sicilia, ha nostalgia della famiglia e delle amicizie di vecchia data, ma col tempo riesce a crearsi un ambiente accogliente che la fa sentire come a casa e ogni volta che ne ha l’occasione, viaggia, per piacere o per fare delle esperienze formative.
Il settore turistico-alberghiero le dà molte soddisfazioni tanto che, nel 2018, Giulia decide di trasferirsi a Tenerife per fare un’esperienza lavorativa insieme al suo compagno Vincenzo, che come lei lavora in ambito turistico. Le Canarie rappresentano il luogo perfetto per fare pratica nel settore turistico-alberghiero e, infatti, i due non tardano a trovare un impiego: vengono assunti in una struttura ricettiva a 5 stelle sulla costa sud-orientale dell’isola e iniziano un’esperienza che sarebbe stata impensabile in Italia dove, un hotel di quel livello non gli avrebbe mai permesso di lavorare senza esperienza previa.
Sul fronte professionale Giulia e Vincenzo sono molto soddisfatti, ma le Canarie gli mostrano presto l’altra faccia della medaglia e loro hanno la sensazione di vivere in una “gabbia d’oro”. Tante cose funzionano meglio che in Italia, la gente è accogliente e cordiale, l’arcipelago offre paesaggi bellissimi, si può vivere la slow life: tutti aspetti veri e dorati. Una volta superato il periodo iniziale di entusiasmo per la novità ed essere entrati nella routine quotidiana, però, i due smettono di vedere le cose belle e si focalizzano su quegli aspetti negativi delle isole Canarie che li fanno sentire in gabbia, primi tra tutti la ristrettezza delle isole e la distanza dal resto del continente. Dopo quasi 2 anni, Giulia e il suo compagno realizzano che è giunto il momento di lasciare Tenerife, ma per andare dove?
Lei sarebbe tornata volentieri a Milano, lui invece no. Giulia è molto motivata a lasciare le Canarie e rientrare in Italia; nonostante la nostalgia di casa, non aveva mai pensato seriamente di tornare in Sicilia, ma in quel momento le sembra un buon compromesso. Qualche anno prima la sua famiglia aveva acquistato un immobile che, se ristrutturato, poteva trasformarsi in una struttura alberghiera che i due avrebbero potuto gestire in prima persona, continuando a fare ciò che più li appassionava: lavorare nel settore dell’ospitalità. Quando sottopone la sua idea a Vincenzo, lui – pugliese di origine – è inizialmente perplesso da un ritorno nel sud Italia, ma per amore della felicità di Giulia, accetta la sua proposta.
Mentre sono ancora a Tenerife fanno domanda per Resto al Sud – l’incentivo di Invitalia che sostiene la nascita e lo sviluppo di nuove attività imprenditoriali e libero professionali nel Mezzogiorno – e dopo un lungo processo di selezione ottengono il finanziamento! Così lasciano definitivamente le Canarie e si stabiliscono a Mazara del Vallo, dove inizia la loro avventura imprenditoriale come proprietari di una piccola struttura ricettiva.
Giulia non ha aspettative particolari sul suo rientro in Sicilia; era andata via a 18 anni e scendeva solo in vacanza per periodi brevi, per cui non viveva immersa nella realtà siciliana da molto tempo. Eppure è consapevole che tornare in Sicilia non sarà facile, è preoccupata per le sfide che si presenteranno in ambito professionale e personale, ma è pronta ad affrontarle. A qualche mese dall’avvio dell’impresa, i suoi timori si rivelano fondati: diventare imprenditrice dall’oggi al domani, trovare il proprio posto nel mercato, farsi conoscere, crescere, scontrarsi con la burocrazia, sono tappe che richiedono tempo, fatica e determinazione. Se non altro può contare sull’appoggio della sua famiglia e questo è di grande aiuto, sebbene gestire il rapporto con i suoi cari si riveli più difficile del previsto.
Con tanta fatica, Giulia e Vincenzo riescono ad avviare la loro piccola struttura ricettiva e ad ottenere le prime soddisfazioni, nonostante gli alti e bassi. Sono passati circa 3 anni da quando hanno scommesso sulla Sicilia, sulla possibilità di crearsi un futuro e, addirittura, di poter fare impresa in questa terra ma, nonostante gli sforzi per portare avanti il loro progetto imprenditoriale e le difficoltà con cui si scontrano continuamente, la loro esperienza di rientro in Sicilia si fa giorno dopo giorno sempre più sconfortante.
Giulia mi spiega che, per chi lavora nel settore dell’ospitalità, da una parte c’è un problema strutturale: un’amministrazione chiusa, l’inesistenza di pubblicità turistica, siti artistici e naturali di proprietà statale o regionale lasciati in totale abbandono, edifici fantasma. Dall’altra c’è il fattore umano: l’ambiente socio-culturale circostante intacca la sua attività, l’ignoranza e la noncuranza generale delle persone influenzano negativamente la qualità del soggiorno dei suoi clienti (che sono quelli che le danno il pane a fine mese). E lei deve fare i conti con tutto ciò ogni giorno, altalenando tra rabbia, frustrazione e impotenza.
Con il suo racconto, Giulia mi offre un punto di vista diverso: come cittadini siamo soliti lamentarci dei problemi che riscontriamo in Sicilia: la spazzatura per strada, il malfunzionamento dei mezzi pubblici, l’assenza di infrastrutture, la mancanza di informazioni turistiche, i parcheggiatori abusivi, le macchine lasciate in doppia fila o davanti a un passo carrabile. Tutto molto giusto, ma ci soffermiamo mai a pensare quanto quegli stessi problemi mettano in seria difficoltà attività commerciali e imprenditoriali sul territorio?
Da cittadini ci arrabbiamo (giustamente), ci reputiamo incapaci di cambiare le cose (erroneamente) e alla fine ci abituiamo ai problemi (inevitabilmente) e ci rassegniamo a essi (sfortunatamente).
Col tempo quelle “problematicità” diventano “normalità” ai nostri occhi, ce ne facciamo una ragione (perché è sempre stato così, non cambierà mai nulla e non dipende da noi), ci giriamo dall’altra parte e impariamo a conviverci. Ma che succede a chi, oltre che conviverci, con quei problemi deve viverci (ovvero “camparci”)?
Come singoli individui pensanti e agenti, sulla base delle nostre priorità e dei nostri valori, possiamo scegliere se e come intervenire sui problemi che ci riguardano, se e cosa farci star bene, cosa reputare accettabile, su cosa chiudere un occhio e per cosa batterci. Per commercianti e imprenditori, invece, la lotta è duplice: oltre che con i propri valori, devono fare i conti con i gusti, gli standard e le aspettative dei clienti e ciò che è tollerabile per un cittadino, può non esserlo per un cliente. Se ci pensiamo, ci sono questioni su cui da cittadini riusciamo a sorvolare, ma nel momento in cui passiamo da cittadini a clienti (ovvero persone che pagano per un bene o un servizio) il nostro parametro di giudizio cambia, il nostro livello di tolleranza scende e le nostre pretese aumentano.
Ecco, Giulia e Vincenzo si scontrano con tutto questo da due anni ormai: persone che bloccano sistematicamente l’accesso al garage dei clienti, persone che occupano l’entrata dell’edificio e vi lasciano rifiuti, persone che fumano sotto le finestre delle camere, persone che non rispettano il riposo dei clienti; un’amministrazione locale che non interviene per far fronte adeguatamente ai problemi del territorio; la completa mancanza di informazioni turistiche in cui navigano i clienti.
Forse chi ha un’attività commerciale o imprenditoriale in Sicilia può capire il sentimento di sconforto di Giulia e Vincenzo che, oggi, hanno seri dubbi sulla loro possibilità e volontà di rimanere in Sicilia. Qualunque sarà la loro decisione finale, spero che riescano a prenderla con serenità e quando si guarderanno indietro potranno dire, nonostante tutto, “Ci abbiamo provato e siamo contenti così!”.
Colgo l’occasione di questo racconto per ribadire che chi, come me, parla o cerca di incentivare un ritorno in Sicilia non è cieco né incosciente: sappiamo che la nostra terra abbonda di problemi e difficoltà, ma crediamo che in fondo un cambiamento sia possibile. Lento, ma possibile. Confidiamo nel potere della rete, della buona volontà e dell’impegno attivo di chi è rimasto e chi è tornato affinché, insieme, le cose possano migliorare. Non esprimiamo giudizi verso chi sceglie di rimanere fuori o di andarsene di nuovo, ma al contrario apprezziamo la forza di chi ci prova.
Nessun trasferimento (ovunque esso sia) è per sempre; accogliamo con serenità la possibilità che anche tornare in Sicilia possa rivelarsi un flop, ma non viviamolo come un fallimento, pensiamo che almeno ci abbiamo provato!
Vi lascio all’intervista di Giulia 🙂
Di che parte della Sicilia sei?
Mazara del Vallo (TP).
Di cosa ti occupi nella vita?
Titolare di una struttura ricettiva extra-alberghiera insieme al mio compagno.
A che età hai lasciato la Sicilia e perché?
A 19 anni, dopo il diploma, per studiare all’Università degli studi di Firenze, dove un corso di laurea aveva attirato la mia attenzione e, quindi, valigia di cartone e sono partita.
Dove hai vissuto e per quanto tempo?
Ho vissuto 3 anni a Firenze, 6 mesi a Budapest con il progetto Erasmus, 6 anni a Milano, 5 mesi a Puerto Rico attraverso il programma Exchange, e un anno e mezzo a Tenerife, prima di rientrare a Mazara.
Com’è stato per te vivere lontano dalla Sicilia?
I primi anni, lontana da casa, quando vivevo a Firenze, sentivo molto la mancanza di casa, delle amiche di sempre, del calore delle persone del sud e del modo di fare che non ritrovavo minimamente in Toscana. La vera svolta è stata poi la mia prima esperienza di vita all’estero (a Budapest) che ha “aperto” un mondo davanti ai miei occhi e in cui, forse, solo in quel momento, mi sono davvero staccata da casa. Successivamente, post laurea triennale, mi sono trasferita a Milano dove ho sempre vissuto molto bene e instaurato delle bellissime amicizie. La mancanza non era più legata all’essenza di casa, come nei primi anni, ma era più legata alla mancanza della famiglia, che riuscivo a vedere sempre meno (lavorando), i cui viaggi e i saluti diventano sempre più difficili e tristi.
Dopo Milano, la decisione di vivere a Tenerife nasce da voler fare un’esperienza totalmente nuova all’estero, non più da studentessa ma da lavoratrice. Avendo poi intrapreso una strada professionale all’interno del settore turistico-alberghiero, le Canarie rappresentavo un ottimo mercato in cui trovare lavoro (come è stato effettivamente). In quel periodo, quel mare e quei colori (uniti alla voglia di costruire e creare qualcosa di mio) mi ricordavano tanto la mia terra e nella mia testa più volte tornava l’idea di tornare. Determinate situazioni hanno permesso ciò nel 2020. Sicuramente, prima di tutto, mi mancava tanto il mio paese in generale: l’Italia.
Quando hai deciso di tornare in Sicilia e perché?
Tra il 2019 e il 2020 sono iniziati i lavori di cantiere in un palazzo, comprato tempo prima dalla mia famiglia, che ad oggi è la struttura ricettiva di cui sono titolare insieme al mio compagno. Siamo rientrati in Sicilia da piccoli imprenditori, per proseguire unicamente su questa strada.
Quali aspettative, speranze e desideri avevi prima di tornare?
Sapevo per certo che non sarebbe stato facile, sia da un punto di vista lavorativo, perché creare dal nulla una nuova impresa ed introdursi nel mercato non è mai semplice, a prescindere dal posto in cui uno si trovi e dal settore in cui si operi, sia da un punto di vista personale. Si sa, ogni grande cambiamento porta a volte preoccupazioni e poca serenità però ero fiduciosa; fiduciosa che, una volta sistemate le cose più importanti, tutto sarebbe andato nel verso giusto. Il mare, il buon cibo, qualche vecchia storica amicizia, le persone così aperte, il sole e la famiglia ci avrebbero sicuramente facilitato il percorso. In fondo era il posto in cui ero nata, giusto qualche adattamento iniziale, e la nostra routine sarebbe diventata una bella routine.
Quali paure, dubbi e incertezze avevi prima di tornare?
Su questo penso di aver risposto nella domanda precedente.
Ad oggi, quali sono stati gli aspetti positivi e quali quelli negativi del ritorno in Sicilia?
Gli aspetti positivi sono legati alla vicinanza con la mia famiglia, alle brevi distanze per spostarsi (non si può certo dire lo stesso di Tenerife o di Milano), ad alcuni costi della vita molto bassi rispetto ad altre realtà, al “ci penso io che tanto il mio amico lavora lì..” che a volta semplifica le cose, e sicuramente al buon cibo italiano/siciliano che è unico al mondo, a mio avviso.
Alcuni aspetti sopra menzionati si possono vedere da un’altra prospettiva: dopo anni di lontananza non è sempre stato facile calibrare il rapporto con la famiglia che si sente sempre in dovere di… come se, una volta tornata, io abbia smesso di saper badare a me stessa, dopo 12 anni circa fuori dalla Sicilia. Così come la mia famiglia, anche tutto il resto: la comunità in generale, dal pubblico al privato, la difficoltà di rapportarsi con persone da una mentalità e dai modi di fare molto diversi dai miei. Si, è la terra in cui sono nata e cresciuta fino alla giovane età, è sempre quella ma, evidentemente, sono diversa io adesso. Non sono più quella ragazza che è partita appena maggiorenne.
Ormai sono 3 anni che vivo qui e non mi sento mai davvero qui, mi sento sempre sul punto di dover andare via. A chi mi chiede se sono tornata a vivere qui, in onestà rispondo sempre: “al momento si”, perché è quello che sento. Mi sento di essere qui di passaggio, temporaneamente, perché la mia vita non la immagino qui. Purtroppo, attorno a me, vedo tanta sottocultura, tanta ignoranza, poco rispetto del prossimo, poco rispetto delle regole (prima tra tutti chi dovrebbe farle rispettare), poca educazione e pochissima apertura mentale, anche nel settore in cui ho deciso di lavorare.
Purtroppo mi sento di vivere in una città con molta arretratezza, che non mi regala stimoli ed interessi. Con la comunità non mi sento di riuscire a condividere delle cose, dalla banalità del modo di vivere agli aspetti più importanti della vita.
In qualche momento ti sei pentito/a della decisione di tornare?
Pentimento è sicuramente una parola grande. Il rientro in Sicilia ci ha permesso di creare una realtà tutta nostra, alla quale teniamo enormemente e da dove prendiamo le nostre piccole soddisfazioni, economiche e non.
Cosa diresti a chi sta valutando di tornare in Sicilia?
Di valutare con molta attenzione e senza fretta, mettendo tutto sulla bilancia. Se è possibile direi di fare una prova di un mese circa, per poter prendere una decisione più ponderata.
Cosa diresti, invece, a chi vede solo aspetti negativi del ritorno?
Possibile. Lo capirei. Non è sicuramente tutto nero però alcuni aspetti esistono e non sono da sottovalutare. C’è da dire che comunque ogni situazione è a sé e ognuno di noi è diverso da un altro.
In definitiva: tornare in Sicilia, si può?
Si può, certamente, poi bisogna capire in corso d’opera se uno ha veramente voglia di rimanerci, investire tempo, denaro ed energia e prendere quello che viene.
