Anti-meridionalismo interiorizzato e ritorno in Sicilia

Anti-meridionalismo interiorizzato

Sicilia, odio e amore: un tema ricorrente in molte conversazioni tra sicilianə e, non a caso, il tema di apertura del mio blog. Si tratta di un sentimento che spesso coesiste nella stessa persona e che mi rendo conto, ogni giorno di più, essere ampiamente diffuso, direi addirittura innato nelle persone siciliane. Come se per il fatto stesso di essere natə in una terra di grandissime contraddizioni, fossimo destinatə anche noi a vivere sentimenti contraddittori.

Provare insieme amore e odio è assurdo? No, se entrano contemporaneamente in gioco il cuore e la ragione. Il primo ci fa provare, in modo del tutto inconscio, un amore viscerale per la nostra terra; la seconda ci mette di fronte ai suoi problemi e alle sue difficoltà e ci spinge ad odiarla. Magari ciò che proviamo è rabbia perché quella terra che tanto amiamo non riesce a darci le opportunità che cerchiamo, non riesce a trattenerci (o almeno questa è la colpa che le attribuiamo).

Succede anche che l’uno o l’altro sentimento prendano il sopravvento, rendendo bipolare quella contraddittorietà propria persone siciliane. È quello che ci racconta Claudia Fauzia, fondatrice dell’associazione Mala Fimmina:

L’esperienza delle persone che vivono in Sicilia è bipolare e contraddittoria, quasi lacerata in due estremi che paiono non incontrarsi mai. 

Da un lato vi sono quelle che si barcamenano tra un’esaltazione ed un’altra, spesso esasperando le bellezze naturali e portando su un piatto d’argento pietanze della tradizione. Non è raro sentir dire: “come si mangia in Sicilia da nudda banna”, oppure: “Le spiagge di quest’isola sono le più belle al mondo!”. A pronunciare queste parole di solito è qualcuno sprovvisto del privilegio di conoscere altro dalla Sicilia.

All’estremo opposto i pessimisti, i rinnegatori, gli “arraggiati” che attribuiscono tutte le colpe dei loro insuccessi al luogo di nascita. Di solito questi, hanno conquistato a fatica la possibilità di uscire dall’isola e si sono tuffati immediatamente nell’esasperazione dei lati negativi e nell’esaltazione della nuova casa. Non è raro sentir dire: “Qui si che sono civili! oppure: “Io preferisco l’inverno del nord a quest’afa soffocante”

Nessun pensiero sensato. Entrambi sintomi inequivocabili di un profondo ed ereditato senso di inadeguatezza. Siamo costrette a difendere la nostra terra da attacchi ingiustificati fino a pronunciare parole a cui non crediamo. Ma siamo al contempo costrette a rinnegare le nostre origini perché dirci parte di certe oscenità è doloroso. 

Non so se esiste una via di mezzo ma sono certa che passerò la vita a cercarla.

Non sorprende che questo dualismo di sentimenti si rifletta nelle reazioni di amici e parenti quando unə esule manifesta a voce alta il proprio desiderio di tornare in Sicilia o più in generale al Sud. Da un lato c’è chi, contento di veder tornare unə figliolə prodigə e ubriaco di campanilismo, afferma “Tanto lo sapevo che tornavi, la Sicilia è sempre la Sicilia!”; dall’altro chi assume un atteggiamento scettico e demotivante al grido di “Sei pazzə? Resta dove sei, qua sei sprecatə!”. 

È frustrante vedere che, invece di sostenere e promuovere il ritorno di giovani, talenti, professionistə, attivistə o più semplicemente persone in Sicilia, molti non fanno altro che scoraggiare chi sceglie di tornare e attivare un meccanismo di auto-sabotaggio. Il risultato è che a volte non si torna per oppure si torna con timore per colpa dei pregiudizi contro noi stessə: crediamo che tornare significhi fare dei passi indietro (nella sfera professionale, culturale, sociale, politica, eccetera), pensiamo che ciò che c’è fuori (al Nord o all’estero) sia migliore sempre e a priori, viviamo con un senso di inferiorità misto a impotenza. 

Quando questo sentimento negativo verso noi stessə giunge al suo apice, dà vita a un circolo vizioso fatto di immobilismo e lamentele fini a se stesse: al Nord è tutto più bello, funzionale, organizzato, le persone sono educate, oneste e lavoratrici; noi meridionali invece siamo “brutti, sporchi e sfaticati”. E poi qui le cose non cambiano mai, non dipende da noi ma dalle istituzioni, noi non possiamo farci niente. Meglio andar via perché, si sa, “cu nesci arrinesci”.

Questo fenomeno di auto-discriminazione si chiama anti-meridionalismo interiorizzato; ne abbiamo parlato recentemente in una diretta Instagram con @la.malafimmina, che ce lo riassume bene qui: 

Con “antimeridionalismo interiorizzato” facciamo riferimento a quel processo di assimilazione dello sguardo dell’oppressore. È la pratica di guardare al mondo e alla nostra condizione con gli occhi di chi ci discrimina.

Il soggetto perfetto dell’antimeridionalismo interiorizzato è quella persona meridionale che – senza mai aver oltrepassato la soglia di casa sua – sostiene che l’altro da sé, il non Sud sia in tutto e per tutto migliore rispetto al Sud. 

La persona che ha interiorizzato l’antimeridionalismo sostiene l’idea di un generico “nord” civilizzato e quella che i meridionali siano un popolo di barbari nei costumi e nelle tradizioni.

La persona che ha interiorizzato l’antimeridionalismo fa fatica a riconoscere una sua identità e per definirsi ha bisogno di paragonarsi al centro del sistema. Qui fioccano le famosissime città che non sono altro che le “Milano del sud”.

La persona che ha interiorizzato l’antimeridionalismo modifica il suo accento quando esce di casa e quando sente qualcuno esprimersi in dialetto, con espressione disgustata, chiede che si parli “elegante”.

Interiorizzando l’antimeridionalismo abbiamo imparato a considerarci sbagliate. Occupare il margine significa anche essere consapevoli che non potremo mai essere all’altezza degli standard che ci siamo impost3.

A causa dell’interiorizzazione dell’anti-meridionalismo, adoperiamo una visione nord-centrica come termine di paragone nell’analisi di qualsiasi aspetto della vita al Meridione dimenticando che ogni realtà va studiata, compresa e valutata nella sua specificità territoriale. Così come non possiamo misurare il valore dell’Italia usando come parametro di confronto un altro paese estero a causa delle peculiarità ambientali, politiche, culturali e sociali dei singoli paesi, allo stesso modo non dovremmo utilizzare il Nord come unità di misura del Sud. 

Anche perché questo conduce ad affermazioni generalizzanti ma poco oculate, come quella analizzata da Claudia Fauzia, ovvero “Catania è la Milano del Sud”:

Da quando vivo a Catania mi è capitato diverse volte di imbattermi in una frase che mi turba particolarmente: “Catania è la Milano del Sud”. È una frase che non mi turba nel suo significato più concreto di “Catania è una città con un polo industriale forte, con una vocazione turistica accentuata, o è una città cosmopolita”. È l’aspetto simbolico di questa frase che io trovo estremamente problematico. 

Se per assurdo provassi ad applicare questo ragionamento ad altri aspetti della vita, avremmo, per esempio, che la donna e l’uomo dell’altro genere; che gli imprenditori gay sono gli etero della sponda opposta; che i neri italiani con cittadinanza sono i bianchi per concessione. 

È evidente che al Sud abbiamo un problema: non sappiamo chi siamo e abbiamo bisogno di un metodo di paragone esterno per riuscire a definirci e a misurare il nostro valore. Una battaglia persa in partenza perché non saremo mai, mai, mai aderenti a dei canoni che non sono adatti a misurare il nostro concetto di benessere, il nostro concetto di sviluppo o di felicità.

Il problema si fa serio quando a dire che “Catania è la Milano del Sud” sono persone meridionali e questa assurdità si ricollega a un antichissimo fenomeno chiamato antimeridionalismo interiorizzato, cioè quel processo per il quale una persona meridionale riversa su se stessa o sui suoi simili le discriminazioni e le oppressioni che subisce da un sistema nord centrico. 

Ed è allora che sentiamo storie di genitori del Sud che proibiscono ai propri figli di parlare in dialetto per quella faticosa parvenza di eleganza, oppure per far finta di essersi elevati dalla classe operaia. Sentiamo storie di gente che si vergogna del proprio nome perché magari si chiama Carmela, Agata o Rosalia e dilagano gli stereotipi che celano le ristrettezze economiche del Meridione dietro un essere scansafatiche (l’enorme difetto della gente del Sud) o ignoriamo le responsabilità dello Stato quando diciamo che qui vige la mentalità mafiosa.

Se riuscissimo a disimparare la discriminazione verso noi stesse, forse Catania smetterebbe di aspirare ad essere la versione siciliana di una città lombarda. Forse saremmo più autentiche, più fedeli a noi stesse, sicuramente più orgogliose.

L’antimeridionalismo interiorizzato è un fenomeno sociale le cui radici vanno ricercate nella storia meno recente e la cui complessità non permette di comprendere, a un primo veloce sguardo, come e perché si sviluppi anche nelle persone meridionali. 

Se è vero che abbiamo bisogno di un metodo di paragone esterno per riuscire a definirci e a misurare il nostro valore” e che non possiamo fare a meno di guardare al Nord per capire ciò che siamo (o che non saremo mai!), quantomeno la lingua dovrebbe aiutarci a vedere la contraddizione insita nell’anti-meridionalismo interiorizzato. Come può, per definizione, una persona meridionale sentire suo qualcosa il cui nome contiene le parole anti (suffisso greco che esprime opposizione, avversione, antagonismo verso qualcosa) e meridionalismo insieme? In sostanza, unə meridionale che interiorizza e professa l’anti-meridionalismo è di per sé un ossimoro (un po’ come una persona del Sud che vota Lega Nord…).

Il vero problema, però, sta nell’interiorizzazione: nessuno di noi è esente da questo sentimento, siamo natə in una cultura nord-centrica, siamo cresciutə a pane e “cu nesci arrinesci”, emigriamo con la convinzione che fuori ci sia  l’Eldorado, non ci guardiamo mai indietro e se lo facciamo è solo per dispensare l’ennesima arida critica nei confronti della nostra terra e di chi è rimastə, colpevole di non capire che andare via è la cura a tutti i mali del Mezzogiorno… 

Per queste stesse premesse chi sceglie di tornare in Sicilia viene consideratə, a seconda dei punti di vista, coraggiosə o fallitə. Coraggiosə per aver deciso consapevolmente di tornare in una terra difficile ma dal potenziale infinito; fallitə per non essere riuscitə a costruire il proprio successo altrove e aver scelto la via più “semplice”, quella del ritorno a casa. 

Secondo me, nessuno dei due punti di vista è corretto, poiché credo che la misura del coraggio o del fallimento stia nel peso delle scelte e delle priorità individuali di ciascunə: ciò che per me è coraggio (tornare), per te è fallimento; ciò che per me è fallimento (andar via), per te è coraggio. Chi ha torto e chi ragione? Nessunə, si tratta solo di scelte diverse dettate da priorità e aspettative diverse ed ogni scelta, nella misura in cui è giusta per la persona che la fa, merita di essere rispettata. Magari non compresa o condivisa, ma rispettata. 

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