Era la primavera del 2016 quando l’idea di lasciare la Sicilia aveva lasciato il posto a una certezza: la decisione di trasferirsi all’estero.
È ora di trasferirsi all'estero: dove?
Dire Canarie, però, non era sufficiente: le isole dell’arcipelago erano ben 7 (ad oggi ne è stata inclusa una ottava, La Graciosa), molto diverse tra loro per paesaggi, numero di abitati, stile di vita, servizi, infrastrutture, collegamenti aerei e altre variabili significative quando si tratta di scegliere dove (tra)piantare radici.
A dire il vero, più che le differenze tra le isole, ciò che rendeva complicata la nostra scelta era la discrepanza di preferenze e priorità tra me e Dario: lui orientato ad una vita selvaggia, in mezzo alla natura, lontano da tutto e da tutti, ed io più incline alla vita di città, piena di cose da fare e di persone da vedere.
Tenerife e Gran Canaria erano sicuramente le isole più popolari e popolate, con maggiori possibilità lavorative, grandi comunità internazionali di espatriati e nomadi digitali e un’ampia rete di servizi – essenziali e non (da ospedali a teatri, da scuole a palazzetti dello sport, da grandi centri commerciali ad aeroporti ben collegati). In poche parole, le isole che meglio rispondevano alle mie esigenze da expat.
Fuerteventura e Lanzarote, invece, rispecchiavano in toto il gusto di Dario: la natura che prevale sull’edilizia, spiagge enormi e bellissime, tra i migliori spots surfistici, casette in mezzo al deserto o incastonate nella pietra lavica, piccoli centri urbani, allevamenti di capre, qualche asino sulle strade secondarie e zero traffico. La soluzione perfetta per quella connessione uomo-natura di cui lui era alla ricerca.
La Gomera, El Hierro e La Palma, infine, erano state scartate perché troppo piccole, troppo mal collegate, troppo isolate. Nonostante fossero (e siano tuttora) tra le isole più belle e incontaminate dell’arcipelago, scegliendole come mete del nostro espatrio probabilmente avremmo rischiato di impazzire e voler scappare molto presto!
Poiché Dario continuava a fare avanti e indietro dall’Olanda per lavoro e non aveva esigenze particolari in tal senso, decidemmo di optare per un’isola con maggiori opportunità – per me – professionali e di intrattenimento. Scegliemmo Gran Canaria, chiamata anche “il continente in miniatura” per la diversità climatica, geografica, floristica e faunistica racchiusa su una superficie di poco più di 1.500 chilometri quadrati. Un’isola piccola, ma che sembrava avere tutto.
Andare a vivere alle Canarie: come?
Adesso che il “dove” era stato deciso, rimanevano da definire il “come” e il “quando” trasferirsi all’estero.
La scelta del “come” prevedeva due opzioni: andare in avanscoperta per poi decidere se e dove installarsi, oppure trasferirsi direttamente e improvvisare. Insomma, periodo di prova o trasferimento immediato?
La prima opzione per noi significava preparare giusto un paio di valigie e partire per un periodo iniziale di 6 mesi, per capire come si vivesse realmente sull’isola, che possibilità lavorative ci fossero per me, se si trattasse dell’isola/città giusta per noi, ecc. Questa opzione, però, significava pure non integrarsi fino in fondo, vivere da “passeggeri”, in una casa non definitiva, con un lavoro e amici non definitivi; tutte circostanze che non ci avrebbero permesso di assaporare genuinamente quella nuova vita da expats, rischiando di generare valutazioni errate. Eppure, qualora non ci fossimo trovati bene, questa opzione ci avrebbe offerto una via di uscita: tornare in Sicilia, senza se e senza ma.
La seconda alternativa, quella di trasferirsi all’estero senza periodo di prova, era più terrificante ed economicamente impegnativa: andarsene dalla Sicilia in via definitiva significava spedire un intero container pieno di roba, impegnarsi col pagamento di un affitto più lungo (pur non avendo prospettive lavorative a priori), far fronte a un trasloco enorme per poi rischiare di “pentirsene” e non avere il coraggio di tornare sui propri passi, e magari rimanere lì solo per non dover affrontare il peso del fallimento.
Dopo aver analizzato razionalmente i pro e i contro di entrambe le opzioni, realizzammo che fare i turisti di lungo periodo non sarebbe stata per noi una strategia vincente: per capire se quel posto facesse al caso nostro, bisognava trapiantarsi lì al 100%. E se mai ce ne fossimo pentiti, avremmo accettato la disfatta e avremmo caricato un nuovo container sulla rotta opposta.
Trasferirsi alle Canarie: quando?
Una volta decisi il dove e il come, sul quando trasferirsi all’estero non c’era tempo da perdere. Dopo il viaggio esplorativo e di conferma a Gran Canaria nel febbraio del 2016, iniziammo a muoverci per trasferirci subito dopo l’estate; giusto il tempo di informare amici e familiari, sbrigare qualche tramite amministrativo, fare un po’ di scatoloni e capire quale fosse il modo migliore per spedire il tutto a destinazione.
E così, a differenza di ogni altra estate siciliana fino ad allora trascorsa al mare, il mese di luglio lo passammo impacchettando vestiti, effetti personali, attrezzatura sportiva e oggettistica domestica varia che volevamo portare con noi nella nostra nuova vita tropicale. Inclusa la piccola e fedele Toyota Yaris di Dario, con cui avevamo girato in lungo e in largo la nostra isola negli anni precedenti.
A metà agosto vedemmo quel container, pieno di ricordi e speranze, abbandonare la Sicilia sulla via dell’Oceano Atlantico.

