Come ho raccontato a proposito dei dubbi e delle insicurezze dell’espatrio, andar via dalla Sicilia non è stata una scelta facile; al di là delle mie motivazioni personali, l’espatrio è un processo emotivamente e burocraticamente complesso, in cui entrano in gioco numerosi fattori (molti dei quali sono fuori dal nostro controllo) e tante emozioni.
Decidere di mollare tutto per trasferirsi all’estero può essere eccitante e terrificante insieme: la frenesia per la novità e la voglia di cambiamento si scontrano con la tristezza dei saluti e la paura dell’ignoto. Un altro conflitto tipico dell’espatrio è quello che vede contrapporre aspettative e realtà. Molte persone, infatti, tendono ad idealizzare la vita all’estero riversandovi desideri e speranze di successo, benessere e felicità che possono essere disattese dalla realtà. Quando l’immaginazione si scontra con la realtà dell’espatrio il nostro livello di frustrazione e stress aumenta e la nostra vita da expat si trasforma da un’eccitante avventura in un incubo.
Ad andare a braccetto con le aspettative ci sono, poi, le paure legate all’espatrio. La paura è un sentimento che accompagna sempre i grandi cambiamenti (positivi o negativi che siano), ma ogni persona la proietta su qualcosa di diverso. Nel mio caso era l’attaccamento alle radici: mi faceva paura convivere con la nostalgia di casa, non poter essere presente nel momento del bisogno, non avere la possibilità di vedere la mia famiglia molto spesso, perdermi momenti e persone che non sarebbero più tornate.
Insomma, dal 2016 ad oggi è stato un altalenare continuo tra emozioni positive e negative, che solo a posteriori sono riuscita a processare, comprendere ed accettare.
Emozioni: cosa sono e a cosa servono?
L’Enciclopedia Treccani definisce un’emozione come “processo interiore suscitato da un evento-stimolo rilevante per gli interessi dell’individuo. La presenza di un’emozione si accompagna a esperienze soggettive (sentimenti), cambiamenti fisiologici (risposte periferiche regolate dal sistema nervoso autonomo, reazioni ormonali ed elettrocorticali), comportamenti ‘espressivi’ (postura e movimenti del corpo, emissioni vocali)”.
In altre parole, le emozioni sono stati affettivi intensi, di breve durata, attivati da stimoli esterni o interni, che possono manifestarsi attraverso specifiche espressioni del viso e del corpo e che svolgono 3 funzioni principali:
- ci preparano fisicamente ad agire
- comunicano agli altri come ci sentiamo
- comunicano a noi stessi come stiamo
È grazie alle emozioni che siamo in grado di capire come stiamo, se siamo soddisfatti, se abbiamo bisogno di un cambiamento, se stiamo bene, se stiamo raggiungendo i nostri obiettivi personali, affettivi e professionali, eccetera. Le emozioni, quindi, hanno la funzione adattiva di guidarci nella nostra vita e aiutarci a sopravvivere.
Non esistono emozioni buone o cattive, sono tutte utili e involontarie, cioè non possiamo crearle né eliminarle, ma solo imparare a gestirle. Infatti, il nostro modo unico di predisporci ad un determinato evento, di tradurlo ed elaborarlo possono influenzare l’intensità e la durata dell’emozione, ovvero la qualità dei nostri pensieri.
Emozioni primarie e secondarie
Quando si parla di emozioni, in psicologia si distingue tra emozioni primarie ed emozioni secondarie.
Le emozioni primarie (gioia, paura, rabbia, tristezza e disgusto) sono interculturali e innate: si sviluppano indipendentemente dal contesto in cui nasciamo o cresciamo e ci accompagnano in tutte le fasi della nostra esistenza, svolgono funzioni adattive di sopravvivenza e le espressioni facciali o corporali ad esse collegate sono indipendenti dalla cultura e riconoscibili in qualsiasi parte del mondo.
Le emozioni secondarie (come il senso di colpa, l’invidia e la vergogna) subiscono l’influenza sociale: nascono dalla combinazione delle emozioni primarie, si sviluppano con la crescita dell’individuo e con l’interazione sociale e vengono espresse in modo diverso a seconda del periodo storico e della cultura.
Poiché le emozioni sono collegate ai nostri bisogni e desideri, è naturale che queste siano particolarmente forti, mescolate e confuse in un momento di grande cambiamento come un trasferimento all’estero. Mi azzarderei ad affermare che chi sperimenta un’emigrazione in generale vive tutte le emozioni primarie in modo amplificato: gioia, tristezza, paura, rabbia e disgusto.
Di seguito vi propongo la descrizione delle 5 emozioni primarie e la mia interpretazione di come queste si applicano all’espatrio.
Emozioni primarie nell’espatrio
Gioia 🤩
La gioia può essere descritta come “la positività suscitata dalla soddisfazione per un risultato o un obiettivo raggiunto” e può manifestarsi sotto forma di contentezza, soddisfazione, appagamento, tranquillità, piacere o addirittura divertimento. Può sembrare che non compia nessuna funzione per la nostra sopravvivenza oltre a essere un mero riflesso del nostro stato interiore, in realtà la gioia è uno dei sistemi che il corpo possiede per incentivare l’azione, l’energizzante più naturale che abbiamo! Questo stato d’animo ci porta ad avere una visione ottimistica delle cose, ci rende più disponibili verso le persone, le situazioni nuove o i cambiamenti e pronti a reagire di fronte agli imprevisti.
La gioia nell’espatrio si manifesta con l’eccitazione per il cambiamento, l’entusiasmo per la novità, la voglia di affrontare nuove sfide, di ricominciare da zero e dimostrare a sé stessi e agli altri di cosa siamo capaci. È innegabile l’euforia che proviamo quando saliamo su quel volo di sola andata con una valigia carica di sogni! Siamo contenti di avere l’opportunità di riscrivere la nostra vita, siamo soddisfatti per aver avuto il coraggio di prendere una decisione così difficile, siamo fieri, orgogliosi, compiaciuti dall’idea che quello che ci aspetta da lì in poi sarà “sicuramente meglio”. L’incontro con una cultura e una lingua nuova è stimolante, la scoperta di nuovi luoghi è entusiasmante, il salto nell’ignoto è emozionante.
Paura 😨
Nel suo Dizionario di psicologia, il filosofo e psicologo Umberto Galimberti dà la seguente definizione di paura:“Emozione primaria di difesa, provocata da una situazione di pericolo che può essere reale, anticipata dalla previsione, evocata dal ricordo o prodotta dalla fantasia.” La paura è l’emozione fondamentale per la nostra sopravvivenza in quanto attiva un meccanismo di attacco-fuga che ci spinge a metterci in salvo da un pericolo.
La paura è legata a sensazioni psicologiche soggettive; si può attivare di fronte ad uno stimolo nuovo oppure in seguito a situazioni negative già provate e a volte può trasformarsi in ansia. Proviamo paura quando siamo spaventati da qualcosa di reale, mentre l’ansia si scatena quando facciamo irrazionali previsioni negative e catastrofiche su eventi percepiti come importanti e pericolosi. In questi casi è importante riconoscere e controllare i propri pensieri per non cadere nel cosiddetto rimuginio, una forma di pensiero caratterizzato dalla ripetitività di una serie di pensieri considerati come incontrollabili e intrusivi, che si focalizzano su contenuti catastrofici di eventi o scenari pericolosi che potrebbero manifestarsi in futuro.
La paura nell’espatrio può manifestarsi sotto forma di ansia: l’incertezza per le situazioni nuove, la convinzione di non avere le risorse e gli strumenti per affrontarle, il salto verso l’ignoto, il timore del fallimento e più in generale le previsioni pessimistiche, a volte infondate, sul nostro futuro ci fanno entrare in uno stato di ansia più che di paura vera e propria. Con l’espatrio si perdono i propri punti di riferimento, la rete di supporto emotivo, ci si allontana dagli affetti ed occorre saper riorganizzare la propria vita sotto molti punti di vista e questo può generare paura e ansia.
Rabbia 😡
La rabbia ha una funzione adattiva, ci apporta le risorse necessarie per affrontare una situazione frustrante scatenata da un torto subìto, da qualcosa o qualcuno che ostacola la nostra realizzazione personale, dalla paura o dalla volontà altrui di arrecarci danno. Quando dobbiamo far fronte a un pericolo o superare una sfida, questo apporto di risorse ci aiuta a raggiungere l’esito; se anche dopo la comparsa della rabbia non si raggiunge l’obiettivo, apparirà la tristezza.
La rabbia viene spesso considerata pericolosa e per questo è una delle emozioni più inibite, ma reprimerla a lungo ha effetti ancora più pericolosi e dannosi. Al contrario, dandole voce, possiamo trasformarla in una forza positiva in grado di abbattere l’ostacolo che ci impedisce di realizzare un bisogno o un desiderio.
La rabbia nell’espatrio può essere ricollegata a varie situazioni: non raggiungere gli obiettivi personali e professionali che ci siamo prefissati, non riuscire a fronteggiare le difficoltà come vorremmo, sentirci impotenti di fronte a talune situazioni, avere a che fare con tramiti burocratici o persone che ci rendono la vita difficile. A volte siamo in grado di trasformare la rabbia in un’energia positiva e superare gli ostacoli, altre volte invece ci abbandoniamo alla tristezza e questa è una emozione con cui è difficile convivere per gli expat.
Tristezza 😢
Tra le emozioni primarie, la tristezza incarna una maggiore negatività. Questa emozione si manifesta ogni volta che viviamo la perdita di qualcuno o qualcosa ed è caratterizzata da un decadimento dello stato d’animo e da una riduzione significativa nel livello di attività cognitiva e comportale.
La funzione della tristezza è quella di agire in situazioni in cui siamo impotenti o non possiamo portare a termine nessuna azione diretta per trovare una soluzione a ciò che ci causa dolore. Per questo motivo, la tristezza riduce il nostro livello di attività e alle volte sfocia in un atteggiamento di autocritica e/o autosvalutazione perché pensiamo di non aver saputo affrontare la situazione in maniera adeguata.
La tristezza, però, invita a fermarci e riflettere: qualcosa non è andato secondo i nostri piani quindi dobbiamo capire cosa è accaduto, elaborare la situazione e raccogliere le energie per ripartire.
La tristezza nell’espatrio può essere generata dalla paura, dalla rabbia o più semplicemente dal senso di mancanza o di vuoto che percepiamo all’aver lasciato i nostri affetti, dalla nostalgia di casa e la solitudine che attraversiamo per lunghi periodi, dalla difficoltà di gestire i cambiamenti, dal senso di impotenza o dall’esito negativo delle nostre azioni. Il mancato raggiungimento dei risultati che ci eravamo sognati o imposti di ottenere scaturisce, spesso, in un atteggiamento di autocritica (è colpa nostra) e di autosvalutazione (non siamo capaci) che ci rendono ancora più tristi.
Disgusto 🤢
Il disgusto è caratterizzato da una sensazione di repulsione o evasione di fronte alla possibilità, reale o immaginaria, di ingerire una sostanza nociva dalle proprietà contaminanti. La funzione adattativa compiuta dal disgusto è quella di rifiutare tutti gli stimoli che possano essere sgradevoli e nocivi per la nostra salute. L’emozione del disgusto associata a un cattivo sapore è innata ed universale, ma non lo è ciò che la stimola: ciò che troviamo disgustoso non vale per tutti.
Con il tempo questa emozione ha assunto anche un carattere sociale, portandoci a rifiutare quegli stimoli sociali per noi tossici. Ad esempio esiste il “disgusto ideologico o morale” che si attiva verso un certo tipo di persone, ideologie o atteggiamenti e si sviluppa con la cultura e l’ambiente di appartenenza; o ancora il “disgusto interpersonale” che ha la funzione di proteggerci dal contatto con altri soggetti indesiderabili.
Il disgusto nell’espatrio si manifesta banalmente con l’avversione a sapori e odori non conosciuti e non gradevoli o, in ambito più psicologico e sociologico, con il disprezzo per certe persone, ideologie o atteggiamenti culturali. Questa idea si basa sul pensiero di tossicità ed esprime l’intenzione di evitare la “contaminazione”, intesa come minaccia alla propria integrità. Poiché esiste un forte legame tra disgusto e moralità, se portato agli estremi il disgusto sociale può tradursi in senso di superiorità morale, atteggiamenti discriminatori e razzisti o ideologie fortemente conservatrici. In tal senso, il modo in cui ognuno sperimenta l’emozione del disgusto nell’espatrio è molto soggettivo, radicato nelle credenze e nei valori personali e legato al contesto socio-culturale in cui ci si inserisce come expat.
Una montagna russa di emozioni 🎢
Al di là della valenza positiva, negativa o neutra che gli attribuiamo, tutte le emozioni sono utili e favoriscono la nostra sopravvivenza, ci aiutano a indirizzare il nostro comportamento e ad agire in fretta.
Durante un espatrio è naturale sperimentare anche emozioni secondarie, ma sono quelle primarie le vere protagoniste che accompagnano il nostro processo migratorio dall’inizio alla fine (se ne esiste una). Le emozioni primarie sono responsabili di quella “montagna russa di emozioni” di cui si parla spesso a proposito di emigrazione.
Trasferirsi richiede uno sforzo fisico, emotivo e psicologico che ci pone di fronte a numerose sfide fin dalla conferma della partenza. Non importa se la migrazione è dall’Italia all’estero, dall’estero all’Italia, da Sud a Nord o viceversa: chiunque sperimenti un’emigrazione sa di cosa parlo!
Se l’argomento vi incuriosisce, vi suggerisco l’ascolto di “Le Basi” un podcast di Isabel Gangitano prodotto da Il Post: cinque puntate dedicate alle cinque emozioni primarie, per capire come funzioniamo partendo da alcuni concetti fondamentali (le basi, appunto).

