La protagonista di quest’oggi in Storie di Ritorni non ha bisogno di presentazioni, l’avete già riconosciuta dalla foto! Eppure, se vi avessi detto food delivery, hippie e nemica della tecnologia, sicuramente non avreste pensato a @la.malafimmina.
Classe 1995, Claudia Fauzia è una siciliana orgogliosa che vive in maniera positiva le sue radici e non sente il desiderio di scappare dalla Sicilia. Quello che sente, piuttosto, è la voglia di mangiarsi il mondo e di fare il maggior numero di esperienze possibili. Al terzo liceo i genitori le paventano l’opportunità di andare a studiare per un anno all’estero, salvo cambiare idea quando il momento della partenza si avvicina; forse preoccupati al pensiero di lasciare andare in viaggio da sola una giovane donna, la disincentivano. Claudia accetta, suo malgrado, il veto imposto dai genitori finché un paio di anni accade qualcosa che la fa ribellare: davanti alla medesima richiesta avanzata dal fratello secondogenito, i genitori acconsentono immediatamente. Claudia vive quell’episodio come una questione di genere e di principio: non è giusto che lui possa andare (perché maschio) e lei no. Se il fratello parte, lo farà anche lei!
Claudia intraprende il primo di una serie di viaggi in Colombia. Finalmente ha l’occasione di allontanarsi da casa, esplorare il mondo, conoscere nuove culture e tagliare il cordone ombelicale con la famiglia e la sua terra. Paradossalmente è quando si trova a migliaia di chilometri di distanza dalla Sicilia che Claudia scopre la sua sicilianità: “Quando ti confronti con qualcosa di molto diverso da ciò a cui sei abituata, riscopri la tua identità”. In Colombia per la prima volta viene investita dallo stereotipo sulla Sicilia mafiosa; in Colombia per la prima volta si riconosce bianca, europea, isolana; in Colombia per la prima volta si rende conto di essere una privilegiata e capisce che lasciare gli studi, per lei che ne ha la possibilità, sarebbe una scelta irresponsabile.
Forte di quella nuova consapevolezza, al suo ritorno in patria Claudia si iscrive all’università e in quegli anni si approccia al femminismo quasi per caso. Il primo incontro col movimento femminista avviene in Spagna, dove si trova per un tirocinio, ma è ancora una giovane attivista novellina, convinta che “il femminismo in Italia non esiste”. Un contatto più ravvicinato col mondo femminista Claudia lo ha, qualche tempo più tardi, quando torna nella sua amata Colombia per un tirocinio presso un centro culturale in cui si occupa di progetti artistici e di imprenditoria femminile. L’esperienza più significativa, che segnerà il suo futuro come attivista femminista, è la partecipazione ad un progetto Erasmus di job shadowing che la vede impegnata in un centro antiviolenza colombiano. Si tratta di un’esperienza molto forte, grazie alla quale comprende che se vuole lavorare con i diritti umani e le donne deve formarsi.
Rientrata in Italia, Claudia individua il percorso formativo che fa al caso suo: l’Erasmus Mundus Master’s Degree in Women’s and Gender Studies – GEMMA, una magistrale internazionale da svolgersi in due atenei europei. Frequenta il primo anno a Bologna e qui vive sulla propria pelle le diseguaglianze interne al Paese. La prima ha a che fare con la marginalità economica: mentre chi viene dall’estero ha accesso a cospicue borse di studio, Claudia non riceve aiuti, nonostante la sua condizione economica di cittadina meridionale non sia delle migliori. È abbastanza italiana da non aggiudicarsi il sussidio, ma non lo è abbastanza da permettersi di frequentare l’università. Per pagare il master e mantenersi a Bologna, infatti, lavora tutti i weekend, dopo aver studiato e frequentato le lezioni dal lunedì al venerdì. C’è poi la marginalità geografica: mentre chi proviene da altre regioni d’Italia riesce ad andare a casa con frequenza, Claudia a stento riesce a tornare in Sicilia per le vacanze. Prova a far emergere queste problematiche con le colleghe, sostenendo che il femminismo dovrebbe farsi portavoce delle istanze meridionali, ma i suoi tentativi di dialogo non vengono accolti. È circondata da un clima di indifferenza, come se quello fosse un problema soltanto suo e il femminismo fosse tutt’altro.
Il secondo anno di master Claudia lo frequenta a Granada – o sarebbe meglio dire che dovrebbe frequentarlo, poiché la pandemia interrompe i suoi programmi didattici e non. Vorrebbe rimanere in Spagna, ma la situazione è troppo incerta e pensa sia meglio tornare in Sicilia. Quelli che seguono sono momenti difficili: vivere dai genitori è destabilizzante, lei non riesce a stare chiusa in casa e pur di uscire si fa assumere da un food delivery! Durante il lockdown Claudia gira in sella al suo motorino per le strade di una Palermo deserta e sperimenta quella che definisco la sua prima rivoluzione: quella tecnologica. Qualche anno prima non aveva nemmeno lo smartphone, in pieno Covid invece apre i suoi canali social: riconosce le potenzialità del mezzo e vuole usarlo per dire quello che pensa. La sua affermazione “il femminismo dovrebbe occuparsi della questione meridionale” ottiene grandissima risonanza, molte persone le esprimono il loro supporto, così decide di continuare.
Grazie alla visibilità ottenuta con i social rientra in contatto con persone conosciute al suo rientro in Sicilia che si occupano di femminismo e un anno e mezzo dopo insieme decidono di fondare l’associazione Malafimmina. Come si legge sul sito, l’associazione Malafimmina è “una comunità in autoformazione, un luogo di incontro e scambio che promuove l’uguaglianza di genere e di orientamento sessuale nonché la socializzazione di conoscenze, esperienze e analisi relative al divario socio-economico tra il Nord e il Sud Italia da una prospettiva femminista e decoloniale”. Un progetto ambizioso su cui Claudia sta investendo tempo, energie e speranze, seppur in modo concreto e pragmatico. Ed ecco la sua seconda rivoluzione: quella della maturità. Da hippie che desiderava vivere in una comune e trovare una connessione con la Madre Terra, ad attivista consapevole dei propri limiti e realista sul contributo che può dare.
Quando va via dalla Sicilia, a 18 anni, Claudia non sa se tornerà; matura la decisione di rientrare durante il primo viaggio in Colombia, riscoprendo ed abbracciando la propria identità sicula. Il rientro è il momento in cui smonta pregiudizi e rivaluta tante cose che aveva dato per scontato: torna pensando che la realtà palermitana sia quella che (non)conosceva anni prima, invece trova una città in super in fermento, ricca di eventi, piena di gente da fuori, di studenti Erasmus… Anche lei è cambiata, ma “quando torni le persone hanno un ricordo di te che non corrisponde più alla tua nuova te”. Per questo il trasferimento a Catania è stato terapeutico, le ha dato la giusta distanza per sperimentare, ricominciare e scoprirsi in un ambiente in cui può essere sé stessa, non chi le altre persone credono di conoscere.
Oggi Claudia è serena, ma non esclude in modo assoluto la possibilità di andare via; è molto ambiziosa e non è certa di poter raggiungere i propri obiettivi in Sicilia. Sa che per fare ciò che vuole fare deve stare bene e il benessere riguarda molti aspetti (il lavoro, lo stile di vita, la città in cui si vive, per dirne alcuni), ma finché la soddisfazione personale e professionale saranno al suo fianco porterà avanti il suo attivismo femminista terrone dalla sua Sicilia 😍
Di che parte della Sicilia sei?
Orgogliosamente palermitana trapiantata a Catania.
Di cosa ti occupi nella vita?
Principalmente di questioni di genere, femminismo e formazione.
A che età hai lasciato la Sicilia e perché?
La prima volta a 18 anni per una esperienza di studio all’estero. Poi per gli studi magistrali.
Dove hai vissuto e per quanto tempo?
Ho vissuto in Colombia per circa due anni (il primo tutto di fila e l’altro per due tirocini universitari in due momenti diversi). Poi sono emigrata per studio a Bologna e ho proseguito la magistrale a Granada (Spagna) quindi altri due anni.
Com’è stato per te vivere lontano dalla Sicilia?
Dipende. Quando appena adulta sono andata in Colombia ero molto felice di tagliare il cordone ombelicale con la mia famiglia, la mia gente, la mia terra. Ero desiderosa di conoscere il mondo. Ho scoperto di essere Siciliana in Colombia. Prima non avevo neanche contezza di essere un’isolana, era semplicemente la normalità. Quando sono emigrata al Nord Italia per studio lasciare la Sicilia è stato molto doloroso e faticoso: ero una terrona e non lo sapevo. La vita che conducevo a Bologna era molto difficile e avevo nostalgia di casa. In Spagna ho scelto che sarei tornata in Sicilia perché sentivo di stare perdendo le radici, una parte importante della mia identità.
Quando hai deciso di tornare in Sicilia e perché?
Come dicevo, ho deciso quando ero in Spagna. Nel 2020 erano ormai tanti anni che cambiavo casa ogni sei mesi. Ero stanca. Stanca di avere sempre gente nuova attorno, sempre lingue nuove, sempre case nuove, città nuove. Avevo bisogno di tornare in un ambiente familiare. E poi con la Sicilia avevo un conto in sospeso: ero andata via ripromettendomi che avrei dato il mio contributo per migliorare le condizioni di vita nella mia terra.
Quali aspettative, speranze e desideri avevi prima di tornare?
I primi desideri erano di ritrovare gli odori, i sapori, la familiarità, la famiglia, la musica, la mia gente. Il sogno era di poter lavorare con i diritti di genere in Sicilia.
Quali paure, dubbi e incertezze avevi prima di tornare?
Non molte, sono ariete e mi preoccupo solo quando ho la testa fasciata (non è una cosa positiva). Non ero certa che sarei voluta/potuta rimanere a lungo. In questo senso, spostarmi a Catania è stato terapeutico. Tornare nel posto in cui sei nat* può incastrarti in dinamiche “immobilizzatrici”: e il sabato a Mondello e la domenica dalla nonna e sempre la birra a piazza Sant’Anna e tutti quanti credono di sapere chi sei anche se hanno conosciuto la te di 20 anni fa.
Ad oggi, quali sono stati gli aspetti positivi e quali quelli negativi del ritorno in Sicilia?
Ho una vita molto piena e soddisfacente. I miei progetti sono andati molto oltre ciò che avevo immaginato. Tornare in Sicilia è stata una buona idea. L’aspetto negativo, di cui però la Sicilia non è responsabile, è la posizione liminale che ci fa sostare nei margini. Mi spiego: non siamo abbastanza ricchi da stare bene né abbastanza poveri da beneficiare di aiuti. Questa dinamica spiegata in parole spicciole mi fa faticare molto in ambito lavorativo e di attivismo. Rimango molte volte fuori, dalle call, dai bandi, dai fondi, dai ragionamenti, perché nel limbo.
In qualche momento ti sei pentito/a della decisione di tornare?
Manco per sogno.
Cosa diresti a chi sta valutando di tornare in Sicilia?
Che non ci servono martiri. Deve tornare chi vuole e chi può e lo deve fare a condizioni di vita più che accettabili. Nessun senso di colpa per chi dubita.
Cosa diresti, invece, a chi vede solo aspetti negativi del ritorno?
Che non sta guardando bene. Oltre il mare e il sole, c’è una grande comunità attiva e coscienziosa che sta facendo della Sicilia un posto splendido.
In definitiva: tornare in Sicilia, si può?
Si può se si è fatto un percorso di decostruzione dell’antimeridionalismo. Se esistono le condizioni materiali della migrazione e se lo si desidera. Dobbiamo abitare la Sicilia in modi nuovi.
