Ogni esperienza nella nostra vita, positiva o negativa che sia, ci lascia degli insegnamenti. Per me vivere alle Canarie è stato un continuo navigare tra alti e bassi, ci sono cose che amo e cose che odio della vita qui ma ci sono anche cose che ho imparato e voglio raccontarvi le 5 principali.
Nel corso della nostra esistenza ci troviamo di fronte a situazioni più o meno gradevoli che plasmano il nostro modo di essere, il nostro carattere, il nostro approccio alla vita e al futuro. Anche se pensiamo di non aver vissuto nessuna “esperienza rivelatrice”, col tempo ci rendiamo conto che anche le piccole cose possono generare grandi cambiamenti, che la nostra prospettiva sul mondo muta grazie o per colpa delle esperienze che facciamo.
A volte è sufficiente fare una vita normalissima per trarne dei grandi insegnamenti. Le 5 cose che ho imparato vivendo alle Canarie non sono che questo: prese di coscienza su diversi aspetti della realtà su cui non avevo mai riflettuto prima di convertirmi in una expat.
Dare più valore a ciò che abbiamo in Sicilia
Una delle cose che più mi colpisce delle isole Canarie è la capacità di valorizzare e promuovere ciò che hanno e vi assicuro che non è tantissimo. Ci sono scorci paesaggistici suggestivi e delle belle spiagge, ma nulla di paragonabile alle bellezze naturali, artistiche e culturali della Sicilia! Eppure qui sono capaci di sponsorizzare quel poco che hanno (sfociando a volte in pura auto-celebrazione) ed attirare ogni anno migliaia tra turisti, nomadi digitali ed espatriati. La tv è piena di spot pubblicitari dedicati alle isole, ai suoi luoghi, alle tradizioni e agli eventi che è possibile trovare nell’arcipelago.
Sebbene avessi sperimentato questo sentimento in diversi viaggi all’estero, davanti alla realtà canaria ho avuto la riprova che noi siciliani (o forse gli italiani in generale) siamo talmente assuefatti dalla bellezza che ci circonda che finiamo per darla per scontata e smettiamo di vederla, apprezzarla e valorizzarla. Da qui nasce la consapevolezza dell’importanza di dare il giusto valore a ciò che abbiamo in Sicilia e della necessità di togliere la benda che ci copre gli occhi per ricominciare a vedere il bello intorno a noi.
La vita su un’isola non è per tutti
Quando parlo di isola mi riferisco, naturalmente, a isole di piccole dimensioni e molto distanti dalla terraferma, come è il caso delle Canarie. Nella mia personale esperienza, la combinazione di questi due fattori (dimensione e distanza) genera il cosiddetto “effetto gabbia” e la sensazione di essere, non solo isolani, ma anche isolati e vivere in queste circostanze non è da tutti. Sento spesso di non-siciliani che trasferitisi sull’isola avvertono il peso della vita isolana, la mancanza della terraferma o la difficoltà negli spostamenti, eppure la Sicilia ha una superficie di più di 25 mila km² ed è collegata alla penisola da frequenti traghetti! Di contro su un’isola come Gran Canaria, che misura appena 1.560 km² e dista più di 2.000 km dal resto della Spagna, diventa difficile muoversi, viaggiare e cambiare aria. Su isole così piccole e remote molti prodotti non si trovano, molte aziende non fanno spedizioni, molti eventi e concerti non arrivano, molti collegamenti aerei diretti non esistono. Questa ristrettezza di spazi e opportunità può essere asfissiante se non si è abituati o propensi a uno stile di vita simile.
Uscire dalla comfort zone ci rende più audaci
Se è vero che un espatrio, o in generale un trasferimento, è spesso carico di dubbi e insicurezze, è altrettanto vero che uscire dalla propria comfort zone ha i suoi vantaggi. Trovarci in una realtà nuova in cui dobbiamo dimostrare (innanzitutto a noi stessi) quanto valiamo, cosa siamo in grado di fare, che possiamo farcela anche da soli, ci rende più audaci. Un po’ per sopravvivenza, un po’ per sfida personale, oltrepassiamo i limiti della nostra zona di comfort ed esploriamo nuove dimensioni. O semplicemente ci si presentano delle occasioni che nella nostra terra non avevamo – o non pensavamo di avere – e le prendiamo al volo. Personalmente ho vissuto questa circostanza quando ho deciso di avviare un’attività in proprio: un’opzione che in Sicilia non avevo mai considerato, ma che all’estero mi è sembrata una strada interessante da percorrere.
Sebbene trasferirsi lontano da casa abbia le sue difficoltà intrinseche, per qualche ragione vivere fuori ci rende più inclini ad assumere dei rischi, più avventurosi, più propensi a provare cose nuove, a sbagliare e ricominciare. Forse, in fondo, la verità del detto “cu nesci, arrinesci” sta proprio lì: chi va via riesce a mettersi in gioco e per il solo fatto di farlo ha maggiori possibilità di riuscita.
Non smettere di sentirsi uno straniero
Chi ha scelto di andare a vivere all’estero o di trasferirsi dal sud al nord Italia potrà confermare che, indipendentemente dagli anni trascorsi fuori, non si smette di sentirsi come uno straniero. È come se adattarsi alla cultura e alla lingua locale, fare amicizia con persone del posto, conoscerne e abbracciarne le tradizioni e le abitudini non fosse mai sufficiente ad essere “uno di loro”. Presto o tardi si presenterà l’occasione in cui la tua natura di forestiero busserà alla porta, in cui ti sentirai discriminato (anche indirettamente) e in cui ti sembrerà che i tuoi sforzi e la tua buona volontà di integrazione non siano abbastanza. Non ti sentirai mai sicuro al 100% nel parlare la lingua, non seguirai la politica e non comprenderai la cronaca, non riuscirai a ridere a una battuta perché non ne conosci il riferimento a fatti reali.
Seppur con sfumature diverse, qualcosa di simile succede anche a chi vive al Nord. In alcune regioni più che in altre, essere un meridionale può rendere la tua integrazione difficile; puoi sentirti non accettato, guardato dall’alto in basso, essere oggetto di battute poco gentili, deriso per il tuo accento, o insultato nel peggiore dei casi. E se anche non si verificasse nessuna di queste ipotesi, tu ti sentiresti comunque inferiore ed estraneo a quella subcultura che percepisci come “superiore” per colpa di quello che viene definito anti meridionalismo interiorizzato, ovvero un fenomeno per cui, come ben descrive Claudia Fauzia (aka @la.malafimmina), ci porta a guardare al mondo e alla nostra condizione con gli occhi di chi ci discrimina.
La slow life esiste ed è bellissima
Trovarmi catapultata da un giorno all’altro nella slow life è stato traumatico. La lentezza pervadeva ogni aspetto della vita quotidiana e per me era difficile comprenderla e accettarla. Anzi, era proprio snervante! Finché un giorno il mio cervello fece click. Ero in fila al supermercato per pagare due confezioni di caffè e la cassiera perdeva un sacco di tempo: chiacchierava con i clienti, andava a pesare la frutta al banco, imbustava la spesa a una signora, e io aspettavo. Aspettavo sbuffando perché avevo fretta, ma fretta per cosa? Ecco, in quel momento realizzai che in realtà non dovevo far nulla, dopo aver pagato il mio caffè sarei tornata a casa dove niente e nessuno mi aspettava. Quindi perché avevo fretta? Semplicemente perché ero abituata ad essere di corsa.
Da quel giorno ho imparato ad abbracciare e amare la slow life; abbracciarla non è semplice, ma se riesci a farlo troverai un bellissimo equilibrio tra vita personale, lavoro, tempo libero e amici. Vivere con lentezza ti permette di assaporare meglio il tempo, il luogo e il momento in cui vivi; vivere con lentezza significa spogliarsi dello stress in eccesso, riuscire a dire no, non pretendere di fare tutto e subito, riconoscere i propri limiti umani ed essere meno severi con se stessi; vivere con lentezza significa ristabilire priorità e puntare alla qualità più che alla quantità. La slow life esiste, è possibile ed è bellissima!

