Come ho anticipato nell’articolo “Dallo smart working al South Working” ho avuto il piacere di fare un’intervista ad Elena Militello, Fondatrice e Presidente di South Working®, per capire se e come lavorare dal Sud stia influenzando la scelta di molti siciliani di tornare nella propria terra.
Da dove nasce l’idea di creare l’associazione e il progetto South Working® e perché la scelta di puntare sul Sud?
Ho sviluppato l’idea iniziale di South Working a fine marzo 2020, durante il lockdown. Sono rientrata dal Lussemburgo, dove vivevo e lavoravo nell’ambito accademico, in Sicilia, da cui ero andata via dieci anni fa per studiare prima e lavorare poi, prima a Milano e poi all’estero (USA, Germania, Lussemburgo).
In quelle settimane ho iniziato a raccogliere esperienze da molti amici e colleghi che lavorano nell’ambito del settore terziario, specie avanzato, e insieme abbiamo delineato la proposta e iniziato a valutare i diversi pro e contro per i diversi portatori di interesse. L’obiettivo principale del progetto è quello di diffondere l’idea e il movimento di opinione per l’accettazione di nuove modalità lavorative. South Working nasce dalla volontà di ripensare le dinamiche occupazionali, consentendo un ampliamento sostanziale dell’offerta lavorativa nel Mezzogiorno con prospettive non più vincolate allo spostamento fisico, ma integrando modalità di lavoro agile che possano soddisfare le necessità aziendali e alti standard di benessere del dipendente. Anche a causa della pandemia, è emersa con sempre maggiore chiarezza la necessità, per coloro in cerca di occupazione, di nuovi stimoli e nuove esigenze, legate soprattutto all’equilibrio tra il lavoro e la qualità della vita.
Con South Working abbiamo cambiato la narrazione e proposto un rovesciamento del tradizionale modello di sviluppo con cui siamo cresciuti, ovvero la lamentela, l’attesa che i servizi come il doposcuola e le infrastrutture come le ferrovie migliorassero prima di attrarre aziende e datori di lavoro e solo dopo affrontare i problemi dei lavoratori o di chi un lavoro lo vorrebbe o addirittura di chi si è stancato di cercarlo. Intanto i decenni passavano e mentre i giovani andavano via i servizi non venivano garantiti, le infrastrutture se possibile peggioravano, le imprese scappavano dopo essere state attratte con incentivi una tantum e i tassi di occupazione continuavano a calare.
L’idea di South Working è di invertire questo tradizionale modo di procedere, spostando immediatamente alcuni lavoratori che lo desiderano al Sud, iniettando liquidità nell’economia, tramite i consumi nel breve termine e anche gli investimenti nel medio termine, stimolando anche l’intero ecosistema all’ideazione di nuove risposte ai problemi storicamente percepiti.
L’obiettivo principale del progetto South Working®, sin dalla sua fondazione nel marzo 2020, è quello di diffondere l’idea e il movimento di opinione per l’accettazione di modalità lavorative innovative di lavoro agile dal Sud e dalle Aree Interne del Paese, cui si affiancano un Osservatorio per lo studio del fenomeno e un obiettivo di creazione di reti tra soggetti interessati, lavoratori, aziende ed enti locali, cui in particolare richiediamo tre prerequisiti: una buona connessione a Internet, un efficiente collegamento a un aeroporto o a una stazione TAV, e la presenza di almeno un “presidio di comunità” (ovvero uno spazio di lavoro condiviso da cui lavorare rispettando le esigenze di socialità e in cui incontrarsi e incontrare anche le comunità locali).
Noi crediamo che il South Working possa essere una modalità capace di rispondere a queste esigenze e anche di contribuire ad arginare il fenomeno della ‘emigrazione forzata’ dal Sud verso il Nord e dalle Aree Interne verso le grandi aree metropolitane, rilanciando anche le prospettive lavorative del Mezzogiorno e delle Aree Interne e il tessuto economico e sociale.
Il target principale di un progetto come South Working è rappresentato da lavoratori altamente qualificati, che apportano un elevato valore aggiunto alle aziende per cui lavorano, che dovrebbero resistere meglio alle trasformazioni dirompenti del mercato del lavoro che si prospettano in relazione alle potenzialità dell’intelligenza artificiale, del machine learning e della robotica, su cui potrebbe puntare l’Unione Europea.
In una visione di lungo periodo, ci inseriamo all’interno nel movimento internazionale “Work from anywhere”, che auspica una maggiore flessibilità per una vasta gamma di lavoratrici e lavoratori, anche a livello intraeuropeo, che potranno approfittare delle reti di comunicazione già esistenti per una maggiore mobilità, una maggiore qualità della vita, una maggiore vicinanza alle proprie reti sociali. La nostra peculiarità è che tutto il lavoro svolto è finalizzato al miglioramento della coesione economica, sociale e territoriale. Lo spostamento del capitale umano porterebbe un immediato beneficio all’economia meridionale grazie all’iniezione di liquidità derivante dalla maggiore capacità di acquisto e consumo da parte di queste lavoratrici e questi lavoratori high-skilled.
Inoltre, ancora più importante sarebbe il beneficio prolungato che il permanere di questi soggetti sul territorio potrebbe apportare in termini di investimenti, nonché di pretesa, da parte del pubblico, di servizi migliori e più efficienti, con la creazione di un ecosistema stimolante in un dialogo tra competenze ed esperienze raccolte altrove.
Dal lancio del progetto (marzo 2020) ad oggi avete notato un crescente interesse per il South Working®?
Sicuramente abbiamo notato un interesse esponenziale tra il lancio del progetto e l’estate del 2021; con l’avvicinarsi della fine dell’emergenza abbiamo poi sperimentato una stabilizzazione e una normalizzazione del fenomeno.
Parlando, in questi anni, con moltissimi soggetti, tra cui anche seconde generazioni di italiani all’estero, percepisco un grande entusiasmo e una volontà di trarre qualcosa di positivo dall’esperienza tragica di questi mesi, anche “ridando indietro” (giving back) alle comunità di origine in termini di creazione di valore e innovazione sociale.
Tra i risultati ottenuti in questi anni, segnaliamo:
- più di 13.000 follower su Facebook, più di 4.000 su Instagram, 5.500 su LinkedIn;
- più di 2.000 lavoratori registrati sul sito southworking.org
- più di 230 presidi di comunità operano come spazi di lavoro condiviso da cui i South Worker possono lavorare;
- più di 50 aziende permettono il South Working, hanno un protocollo o una lettera di intenti con l’Associazione, a cui South Working ha somministrato questionari o campagne di registrazione per i lavoratori (V3 atteso 15 aziende);
- circa 20 aziende che si sono costituite dopo il lancio del progetto South Working e da cui hanno tratto ispirazione per lo svolgimento delle loro attività aziendali
- più di 300.000 persone raggiunte tramite il canale Facebook
- più di 100 eventi, scientifici e divulgativi, digitali e in presenza, compatibilmente con la situazione sanitaria
- più di 80 volontari altamente qualificati coinvolti
- circa 50 enti del terzo settore, quantificati attraverso i protocolli di intesa firmati, esterni alla partnership, che partecipano o hanno partecipato alle attività di progetto;
- più di 70 imprese for profit, quantificate attraverso i protocolli di intesa firmati, esterne alla partnership, che partecipano o hanno partecipato alle attività di progetto;
- più di 50 enti pubblici, quantificati attraverso accordi di rete, convenzioni, lettere di intenti, collaborazioni, protocolli di intesa firmati, esterni alla partnership, che partecipano o hanno partecipato alle attività di progetto;
- più di 60 protocolli, accordi di rete o convenzioni, attivi al momento del rilevamento, stipulati con enti esterni alla partnership, per la costituzione della “Rete dei presidi di comunità per il South Working”.
- creazione del neologismo “South Working” (Treccani, 2020) e registrazione del marchio a livello europeo;
- donazioni da parte di Fondazione Con il Sud e Randstad Italia
- 1 contratto di edizione firmato con Donzelli editore (pubblicazione del volume);
- menzione di “South Working” in +300 articoli/servizi televisivi/interventi a dibattiti a mezzo stampa locale, regionale, nazionale e internazionale;
- +2.500 interviste strutturate e non strutturate realizzate dal team dell’Associazione a lavoratori;
- incontro e collaborazione con i Ministri per il Sud e la Coesione Territoriale, il Ministro della Cultura, consiglieri del Ministro del Lavoro, l’ex-Capo di Gabinetto presso la Presidenza del Consiglio, Parlamentari, Commissioni inter-parlamentari, Presidenti di Regione e Amministratori di enti locali per la presentazione delle istanze nate dalla Community del South Working;
- nomina al Comitato di Coordinamento dei Borghi del Ministero della Cultura;
- 10 proposte di legge sul tema del lavoro agile, unificate in una proposta di Testo Unico dalla Commissione Lavoro (XI) della Camera;
- 3 liberi professionisti, 1 lavoratore dipendente, 1 tirocinante che hanno collaborato con attività di prestazione d’opera all’Associazione per un anno;
- rilancio del sito web dell’Associazione con più di 15.000 visualizzazioni;
- realizzazione della mappatura partecipata dei presidi di comunità con mappatura dei 230 spazi di lavoro condiviso e +150.000 visualizzazioni uniche e lancio della mappa interattiva in versione 2.0 della “Rete dei presidi e dei Comuni per il South Working” (mappa dei presidi);
- fondazione dell’Osservatorio South Working per studiare il fenomeno del lavoro agile dal Sud e di altre tematiche con un approccio interdisciplinare;
- redazione del Focus South Working all’interno del Rapporto Svimez 2020 sullo Stato dell’economia e della società nel Mezzogiorno;
- +100 collaborazioni non formalizzate, ma costanti, con associazioni, imprese e istituzioni;
- più di 15 tesi di laurea triennale e magistrale e progetti finali realizzati in collaborazione con South Working;
- più di 60 studenti di 3 diversi Istituti Professionali palermitani coinvolti del percorso formativo di Palermo 4.0, culminato nell’attivazione di 8 tirocini retribuiti in aziende locali (coding, energia sostenibile, digitale nelle costruzioni).
L’associazione si propone di dialogare con le Istituzioni per implementare dei modelli di lavoro agile: qual è stata la risposta avuta finora? Cosa proponete/chiedete alle istituzioni?
Raccogliendo le richieste e i bisogni dei South Worker, come gruppo di advocacy, promuoviamo forme di lavoro agile, a sostegno anche di un’interpretazione estensiva della norma sulla decontribuzione del 30% (d.l. 14 agosto 2020, n. 104, conv. con mod. dalla l. 13 ottobre 2020, n. 126), affinché essa possa essere applicata non solo alle imprese che aprono una “unità operativa” al Sud, ma anche a quelle imprese che impiegano lavoratrici e lavoratori che operano agilmente dal Mezzogiorno. Inoltre, suggeriamo la previsione di incentivi in forma di voucher per la formazione di manager e dipendenti e per le postazioni di coworking. L’aspetto ambientale è uno dei fattori da considerare nella diffusione a livello globale di forme flessibili di lavoro. La riduzione della congestione da traffico dei pendolari è un aspetto che potrebbe giovare anche ai territori delle metropoli.
Abbiamo inoltre presentato una proposta di emendamento al testo di legge unificato sullo smart working approvato in Commissione Lavoro presso la Camera dei deputati, in vista della discussione parlamentare per l’approvazione della nuova legge chiamata a regolamentare la materia dopo la significativa esperienza in periodo di pandemia.
Si tratta di una proposta trasversale che vuole mettere in chiaro il definitivo superamento del concetto di lavoro agile inteso come lavoro da remoto, con il fine di valorizzare lo smart working quale modello di lavoro attorno al quale le aziende possono costruire nuove strutture organizzative, andando incontro alle persone, sviluppando una nuova cultura digitale sfidante ed inclusiva, in cui i limiti territoriali non siano più percepiti come tali a vantaggio dell’intero mercato del lavoro. Le proposte di modifica si concentrano su un modello di lavoro agile per obiettivi, ben diverso dal telelavoro, sulla centralità del ruolo della contrattazione collettiva e sulla necessità di un incentivo per dotare tutti i territori di infrastrutture adatte al lavoro, nella forma di spazi di coworking come “presidi di comunità”, utili per consentire confronti e aggregazioni in grado di elevare culturalmente ogni area del nostro paese.
Il ventaglio di possibilità di incentivi economici al trasferimento in territori a rischio di spopolamento è variegato, dalle iniziative di marketing territoriale, a quelle delle “case a un euro”, finanche a incentivi monetari per chi sposti la residenza. Moltissimi enti locali, Comuni e sindaci, hanno colto l’opportunità rappresentata dal South Working e hanno iniziato a lavorare per migliorare la loro connessione a Internet e i loro presidi di comunità. Inoltre, c’è stato un interesse al riuso adattivo di spazi del patrimonio storico-immobiliare, anche tramite bandi pubblici legati al Recovery Fund come il Bando borghi del Ministero della Cultura, il Bando turismo delle radici del Ministero degli Esteri e le iniziative di digitalizzazione per portare una connessione a Internet a tutte le aree d’Italia, nonché maggiori competenze digitali.
Per quello che avete osservato in questi anni, nella futura tendenza del lavoro agile c’è posto/interesse per il Sud? (da parte di aziende, lavoratori, istituzioni, territori).
Abbiamo riscontrato negli anni molta attenzione da parte di tutti i portatori di interesse.
I South Worker meritano un riconoscimento normativo a livello centrale per superare le resistenze anti-moderne e garantire un approccio di reciproco vantaggio (win-win) tra tutti i portatori di interesse, basato sulla volontarietà per i lavoratori, sull’aumento di produttività per i datori di lavoro e sul recupero dei legami di comunità per i territori interessati ad attrarre capitale umano”.
Le aziende e i datori di lavoro più illuminati godono di considerevoli risparmi in termini di affitti e spese connesse alle necessità di convogliare in un unico luogo un numero considerevole di dipendenti. Esistono già da prima della pandemia studi di scienza dell’amministrazione che sottolineano i potenziali vantaggi del lavoro a distanza per obiettivi per il datore di lavoro, in termini di incremento di produttività, miglioramento delle competenze digitali dei lavoratori e della loro motivazione, riduzione degli straordinari e dei fenomeni di assenteismo, ottimizzazione dei costi, miglioramento della reputazione anche a livello di responsabilità sociale d’impresa (CSR).
Quanto ai lavoratori e alle lavoratrici, siamo partiti da quei lavoratori e quelle lavoratrici che andando via avevano trovato una loro strada, un loro lavoro, una loro professionalità, mantenendo un legame forte con la loro terra, tale per cui, quando gliene è stata data la possibilità tramite lo Smart Working, sono tornate qui, in Italia, al Sud, nelle aree interne, e tramite loro attrarre anche nuove aziende, o aziende del Nord che aprono sedi al Sud – come Glovo a Palermo-, sia nuove imprese e start-up innovative che mettono a frutto i talenti scovati altrove, come aziende che mettono insieme online i produttori di olio, aziende che formano gli sviluppatori di software o i digital marketers, aziende o cooperative che danno vita a nuovi spazi di coworking, come Isola a Catania, nuovi gruppi informali, associazioni di volontariato o enti del terzo settore che si occupano di imprenditoria giovanile o di network tra donne lavoratrici.
E, infine, questa presenza sui territori di giovani rappresenta una linfa nuova per le realtà locali, non una scossa ma una lenta presa di coscienza, una nuova partecipazione democratica anche al miglioramento di servizi e infrastrutture, dando voce a chi è tornato o è arrivato da un luogo diverso e non è assuefatto alle inefficienze si allea con chi nella comunità locale è rimasto e ha sempre lottato, magari da soli, per avanzare nuove proposte e nuove pretese alle amministrazioni comunali. Ciò viene fatto in termini di restituzione, give back, di quanto appreso altrove come è avvenuto, ad esempio, con il progetto Palermo 4.0, un percorso formativo che ha coinvolto più di 60 studenti di 3 diversi Istituti Professionali palermitani, culminato nell’attivazione di 8 tirocini retribuiti in aziende locali affiancando soggetti apicali nell’organizzazione (sui temi del coding, dell’energia sostenibile, del digitale nelle costruzioni); o come è avvenuto per il recupero di beni storico-monumentali prima inutilizzati o sottoutilizzati come biblioteche, castelli o monasteri, che gruppi di giovani South Worker hanno trasformato in presidi di comunità aperti a tutti, una grande comunità che abbiamo cercato di raccogliere nella “rete del south working”, una mappatura partecipata delle più di 230 realtà aperte a questa innovazione, trasversale ma “politica” nel senso più alto del termine.
Ad oggi, quali sono i numeri del South Working®? E in Sicilia in particolare?
Quanto ai dati, per quanto sia difficile individuare esattamente la dimensione del fenomeno senza poter accedere a dati come quelli sull’effettivo consumo di dati Internet da parte delle compagnie di telecomunicazione, abbiamo potuto effettuare delle stime. I soggetti da noi raggiunti tramite social media come follower ammontano a più di 13.000 su Facebook, più di 6.000 su LinkedIn e quasi 5.000 su Instagram, con più di 2.000 south worker registrati sul nostro sito web southworking.org, mentre l’interesse pubblico è misurabile dall’attenzione della stampa e dai risultati di ricerca di Google, che restituiscono più di 300.000 risultati unici di ricerca per parole esatte per il nostro marchio “South Working®”.
L’indagine condotta nell’autunno 2020 da Datamining per SVIMEZ per l’omonimo capitolo del Rapporto SVIMEZ 2020 in collaborazione con South Working® quantifica 45.000 lavoratori delle grandi aziende del Nord che dall’inizio della pandemia lavorano in smart working dal Sud. Si tratta di un’indagine condotta su un campione di 150 grandi imprese, con oltre 250 dipendenti, operanti in diverse aree del Centro Nord nei settori manifatturiero e dei servizi. Se si considerano anche le piccole e medie imprese, con oltre 10 dipendenti, la stima mostra che il fenomeno ha coinvolto circa 100.000 lavoratori del Sud durante il primo lockdown.
Sempre per il rapporto SVIMEZ 2020, abbiamo pubblicato i risultati di un sondaggio anonimo da noi rivolto ai lavoratori e alle lavoratrici (il Sondaggio), attraverso il quale si è voluto comprendere quali siano le caratteristiche della platea dei potenziali interessati al progetto South Working – Lavorare dal Sud. Preliminarmente, è bene sottolineare che si tratta di un sondaggio esplorativo e anonimo, diffuso a mezzo stampa e tramite sito web e canali social abitualmente utilizzati da South Working.
Il sondaggio è suddiviso in sette sezioni, che procedono, dopo una analisi del profilo degli intervistati, per cerchi concentrici sempre più restrittivi. Quanto ai profili aggregati degli intervistati, dopo una prima sezione dedicata alle “informazioni generali”, ve ne è una dedicata alla “emigrazione interna” e una che analizza gli “spostamenti casa-lavoro” prima e durante il COVID-19. Per quanto riguarda le domande più direttamente rivolte al fenomeno South Working, vi è una sezione sul “lavoro a distanza”, una sul “lavorare a distanza in via permanente” e una sul “lavorare dal Sud”. Infine, vi è una sezione operativa denominata “suggerimenti”.
In totale, al Sondaggio hanno partecipato 1.809 persone nel periodo dal 17.06.2020 al 24.09.2020 (altre 700 persone hanno poi risposto dopo la pubblicazione del Focus South Working – stiamo ancora analizzando i risultati e stiamo per lanciare un nuovo sondaggio molto ampio a distanza di 3 anni).
Le informazioni anagrafiche anonime raccolte in relazione ai soggetti che hanno risposto al questionario fotografano una platea di giovani, altamente qualificati e in larga parte originari del Meridione, residenti altrove e lavoratori a tempo indeterminato.
Più recentemente, i risultati di un sondaggio condotto dall’Associazione Italiana per la Direzione del Personale (AIDP) ha dimostrato un risultato molto promettente per il futuro del fenomeno, calcolando che il South Working tra la metà del 2020 e la metà del 2022 abbia riguardato il 27% delle aziende. Dopo il 30 giugno 2022 il 15% avrebbe consentito ai dipendenti originari delle regioni del Mezzogiorno di continuare il lavoro in South Working a fronte del 58% delle aziende che ha espresso un parere contrario. Il 28%, invece, ci sta ancora pensando. Queste stime saranno da rivedere coi dati degli ultimi mesi, dopo la fine dell’ultima proroga al 31 agosto 2022 alla modalità semplificata di comunicazione dello smart working nel settore privato.
Nella vostra esperienza diretta, quali sono le motivazioni che spingono a scegliere di lavorare dal Sud?
I risultati del Sondaggio confermano l’ipotesi di partenza per cui vi sarebbe, in Italia, un nucleo di lavoratori attualmente residenti fuori dal Mezzogiorno che valuta la possibilità di trasferirsi, anche parzialmente, potendo lavorare a distanza, anche prima del miglioramento dei relativi servizi e infrastrutture. Molti sono coloro i quali provengono da un luogo diverso da quello in cui vivono e al quale vorrebbero tornare “molto più spesso” (66,8%) o “più spesso” (20,4%) di quanto facciano attualmente (con una votazione rispettivamente di 5 e 4 in una scala da 1 a 5). I motivi di emigrazione più frequenti indicati da chi proviene da un luogo diverso da quello in cui vive sono stati: “per migliori opportunità lavorative” (62,9%); “costretto dalla mancanza di lavoro” (43,6%); “per andare a studiare altrove” (27,5%); “per fare esperienze e poi tornare” (15,5%); “per libera scelta” (15,1%); “perché non ti trovavi bene nel luogo di provenienza” (6,9%); “per seguire una persona cara” (5,6%) (più risposte sono possibili).
Tendenzialmente chi lo fa è originario del sud o proviene da altre regioni italiane?
Gli intervistati sono in prevalenza di origine delle regioni meridionali. L’81% degli intervistati proviene da una regione del Sud e dalle Isole, con una larga prevalenza della Sicilia (43,2% del totale), seguita dalla Puglia (12,4%) e dalla Campania (10,5%). Quanto alla residenza effettiva (tenuta distinta da quella meramente formale), il 36,7% è residente in Lombardia, seguita dal Lazio (9,2%) e dalla Sicilia (8%). L’1% degli intervistati risiede all’estero.
Un dato di interesse è l’alto numero di intervistati che hanno risposto che non vivono nella regione in cui vorrebbero vivere adesso (57,9%), tra 5 anni (60,4%) o tra 10 anni (63,4%).
Si registrano flussi di south workers anche dall’estero? Se sì, sono stranieri o italiani?
Non abbiamo incluso finora nei sondaggi i flussi di stranieri ma nell’esperienza dei racconti di chi ci segue moltissimi South Worker sono italiani, migranti intellettuali, che lavorano o lavoravano all’estero.
Abbiamo registrato inoltre molto interesse nei confronti del progetto da parte di soggetti stranieri, spesso con lavori più flessibili, interessati a lavorare dall’Italia, che si distinguono dai nomadi digitali per una volontà di “give back” o restituzione ai territori e alle comunità in cui scelgono di vivere (si tratta di un turismo di lunga permanenza e maggiormente sostenibile).
Infine, una fascia di stranieri interessati al South Working è rappresentata dagli italiani di seconda, terza o quarta generazione che vogliono recuperare i legami, seppur labili, con i territori da cui sono emigrate le loro famiglie (per questo stiamo collaborando con dei progetti di “turismo delle radici”).
Qual è la percentuale di persone che tornano giù per fare South Working® e poi decidono di restare? Ci sono differenze significative tra una regione e l’altra?
Come ti anticipavo, la nostra proposta non riguarda solo i trasferimenti definitivi ma soprattutto l’aumento di periodi di lavoro agile. Le nostre terre, il Sud e le aree interne, hanno ancora tanto da dare, oltre un turismo mordi e fuggi e stagionale o industrie che sono state cattedrali nel deserto; tantissimi giovani non chiedono altro se non la “libertà di scegliere se tornare” anche solo per dei periodi, per apportare un differenziale positivo di capitale umano su luoghi da cui fino a poco tempo fa andavano via tutti quelli che potevano, per tornare “solo per le vacanze” o “per la pensione”.
Parlando nello specifico della Sicilia, quali sono i motivi per cui si rimane o non si rimane dopo un periodo di smart working?
Più che la decisione se rimanere o meno, è interessante indagare se si ritornerebbe, dopo un periodo di South Working, a sperimentare altri periodi dello stesso tipo.
Nel nostro Sondaggio, una domanda rilevante ai fini della futura possibile definizione di policy per l’attrazione di South Worker è quella relativa ai fattori che aumenterebbero la propensione a spostarsi al Sud per lavorare, tra cui spiccano: collegamenti da/per il Sud efficienti (59,6%); detassazione parziale (es. incentivi per il rientro dei cervelli) (58,7%); costi di eventuali trasferte coperti dal datore di lavoro (52,4%); orari di lavoro flessibili (48,4%); disponibilità di spazi di coworking (35,7%); connessione a Internet efficiente (33%); costi di una postazione di lavoro (in un coworking o a casa) coperti dal datore di lavoro (27%); costi per la connessione Internet coperti dal datore di lavoro (22,1%); costi del trasloco coperti dal datore di lavoro (10,6%).
Cosa possono fare i semplici cittadini o gli stessi lavoratori agili per promuovere il South Working® e invogliare sempre più siciliani a investire (e magari tornare) sull’isola?
L’obiettivo principale di South Working® è quello di sensibilizzare le istituzioni ad adottare politiche pubbliche per diffondere l’idea e il movimento di opinione dal basso per l’accettazione di queste modalità lavorative, cui si affiancano un Osservatorio per lo studio del fenomeno e la creazione di una Rete del South Working® tra i principali portatori di interesse, ovvero lavoratori, aziende ed enti locali. A questi ultimi, in particolare, richiediamo tre prerequisiti: una buona connessione a Internet (min. 20 mbps in download), un efficiente collegamento a un aeroporto o a una stazione TAV (entro 2 ore con mezzo privato), la presenza di almeno un presidio di comunità, ovvero uno spazio, pubblico o privato, da cui lavorare rispettando le esigenze di socialità e in cui incontrarsi e incontrare anche le comunità locali. I “presidi di comunità” sono spazi di coworking, biblioteche, community hub, spazi pubblici di condivisione e socialità, che possano essere intesi come dei veri e propri luoghi di partecipazione dal basso, collaborazione, innovazione e dialogo intergenerazionale per le comunità locali, per i nuovi arrivati, i “ritornanti” e chi era già presente sul territorio, tramite scambi reciproci, percorsi di mentoring e orientamento (es. Arcipelago di Comunità Attive: manifesto per la diffusione della cultura dei presidi di comunità in Sicilia ).
In base alla vostra osservazione, lavorare dal Sud rende più felici e produttivi?
A livello di dati, nel sondaggio, emergeva una certa insoddisfazione del modo di vivere pre-pandemico in relazione a una serie di “indicatori di benessere”. Appaiono basse o molto basse, specie se si considerano la giovane età media e gli elevati titoli di studio, le percentuali di chi ha risposto di essere “molto” soddisfatto degli attuali: salario (14,8%), lavoro (23,5%), potere d’acquisto (9,9%), relazioni sociali (14,65%), rapporti familiari (19,2%), work-life balance (7,7%), stato di salute (27,1%), qualità della vita (10,5%), felicità (8,5%); le opzioni possibili sono “molto”, “abbastanza”, “poco”, “per nulla”.
Invece, nella fase finale del sondaggio, ben il 74,7% degli intervistati ha risposto che la propria “felicità” sarebbe “migliore” o “molto migliore”, come anche la “qualità della vita” (75,6%), i “rapporti familiari” (72,7%), il “potere d’acquisto” (72,5%) il “work-life balance” (72,5%), lo “stato di salute” (66,6%) e le “relazioni sociali” (60,6%). Emerge pertanto come, secondo gli intervistati, quasi tutti gli indicatori di benessere individuati migliorerebbero andando a lavorare al Sud a distanza in South Working.
Dal nostro processo di ascolto della base dei South Worker, le esperienze di South Working dal Sud e dalle aree interne hanno portato molti benefici a chi ne ha fatto parte, sia in termini di felicità, soddisfazione personale, migliori relazioni personali, familiari e sociali, bilanciamento tra vita personale e professionale, specie quando il lavoro non era svolto da casa ma dai presidi di comunità, e anche in termini di produttività per le aziende coinvolte che sono riuscite a implementare sistemi di lavoro per obiettivi.

