Intervista ad Agnese Salemi

L’intervista che vi porto oggi su Storie di Ritorni nasce in maniera inusuale visto che la protagonista ha intervistato prima me per la Newsletter “Senza Fissa Cadenza”: mezz’ora di chiacchierata telefonica da cui è riuscita a tirare fuori un bellissimo resoconto della mia storia e di Tornare in Sicilia. Non a caso scrivere è il suo mestiere!

Agnese Salemi è originaria di Corleone, in provincia di Palermo. La città di Corleone possiede un territorio straordinariamente ricco di beni culturali di prestigio e di beni paesaggistici e naturalistici che offre innumerevoli occasioni di bellezza se osservato da una prospettiva più autentica, capace di condurre oltre che alla scoperta del suo patrimonio materiale fatto di beni monumentali e naturalistici, anche e soprattutto il suo patrimonio immateriale, fatto di folklore, antichi culti e della vita quotidiana tipica dei paesi dell’entroterra della Sicilia (fonte Enjoysiciliia.it). Ah non è questa la prima cosa che vi è venuta in mente leggendo il nome di Corleone? Avete forse pensato al protagonista del celebre film “Il Padrino” di Francis Ford Coppola oppure alla città che ha dato i natali al boss mafioso Totò Riina?

Ecco, adesso mettetevi nei panni di Agnese ed immaginate quanti commenti e battute infelici si ritrova a sentire ogni volta che risponde alla fatidica domanda “Da dove vieni?”. Dire di essere di Corleone orienta ogni discussione che intavola, i suoi interlocutori sono più interessati alla “leggenda” di quel luogo che a lei come persona… Agnese potrebbe scegliere di semplificare, dicendo di essere di Palermo, ma ha scelto di non farlo; preferisce lottare contro gli stereotipi, anche se questo significa far partire un pippone ogni volta che qualcuno fa commenti inappropriati! Il suo, purtroppo, non è un caso isolato, ma l’estremizzazione di una narrazione storpiata e generalizzante che colpisce tutte le persone siciliane quando rivelano le proprie origini ad uno straniero. Il binomio Sicilia = mafia è molto frequente, frutto della rievocazione cinematografica e dei fatti storici dell’ultimo secolo che restituiscono l’immagine di una Sicilia pericolosa e criminale, oltre che terra di mare e buon cibo. Sarebbe bello fare tabula rasa o appellarsi alla “beata ignoranza” dei giovani della Gen-z che non sanno nemmeno dov’è Corleone, non conoscono la storia né hanno visto film e serie tv di ispirazione mafiosa e quindi hanno un pensiero più neutro. 

Ad ogni modo, da Corleone Agnese va via a 19 anni. Vuole studiare lingue, nello specifico arabo, e nonostante due grandi atenei siciliani offrono un corso di studi orientali, una serie di considerazioni la portano a lasciare la Sicilia. Agnese scarta Palermo perché non le piace com’è strutturato il corso di studi, mentre Catania non la prende nemmeno in considerazione perché è distante e mal collegata, tanto vale andare fuori dalla Sicilia! Quindi fa il test di ingresso a Bologna e Napoli, entra nel prestigioso ateneo de L’Orientale e si trasferisce nel capoluogo partenopeo. Paradossalmente fare la fuori sede è più comodo che andare a studiare a Catania o a Ragusa; da Palermo ci sono diversi voli diretti giornalieri a basso costo e questo permette ad Agnese di tornare facilmente a casa quando vuole.

Gli anni universitari sono carichi di belle esperienze e belle persone. I napoletani sono molto affettuosi – “siamo cugini” le ripetono spesso – per loro i siciliani sono i migliori, persone simpatiche e aperte ma anche con valori. Napoli è una città viva, caotica e di contrasti; una città che soffre molto il binomio tra ricchi (che sono stra ricchi) e poveri (che sono veramente poveri). Usando le sue parole “Napoli e Palermo sembrano sorelle, e tutti lo percepiscono”. Agli occhi di Agnese le due città sono molto simili persino nella loro contraddittorietà: entrambe incarnano il fascino del sud Italia coi loro pittoreschi quartieri popolari, entrambe sono oggetto di quella narrazione storpiata del meridione che chi nasce al Sud impara a conoscere presto. 

Mi e le chiedo se ci sono molte persone del Nord che studiano a Napoli ed Agnese mi dice che l’Orientale, storicamente una delle migliori università italiane per gli studi orientali, è l’unico motivo per cui degli studenti del Nord scelgono di trasferirsi in città. 

Intervista ad Agnese Salemi per Tornare in Sicilia

Tuttavia la presenza dei fuorisede settentrionali si riscontra soprattutto in magistrale, non in triennale… come se a 19 anni fosse più “difficile” (o spaventoso) trasferirsi a Napoli, mentre alla magistrale è una scelta più gestibile e consapevole. Probabilmente, per la sua eccellenza, L’Orientale rappresenta l’eccezione che conferma la regola, ma potrebbe far ben sperare ad altri atenei del Mezzogiorno che desiderano attirare studenti “da su” tra le proprie fila. Come fa l’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli” di Caserta, una piccola realtà accademica  che punta ad un’offerta didattica di alto livello, classi poco numerose e un contatto più diretto con i docenti. Inoltre, per ovviare ai problemi di mobilità dovuti ai cattivi collegamenti, gli studenti hanno a disposizione un servizio di navetta gratuita che collega l’ateneo alle principali stazioni di bus e treni. E se anche in Sicilia puntassimo a misure come queste per attirare studenti da altre regioni di Italia?

Chiudiamo la parentesi e torniamo ad Agnese, la cui permanenza napoletana viene bruscamente interrotta dal Covid. Mi confessa che probabilmente sarebbe tornata in Sicilia, prima o poi, ma di sicuro non era quello il modo e il momento in cui aveva pianificato di farlo. Dopo la magistrale Agnese immaginava di trascorrere un anno in Medio Oriente o negli Stati Uniti per completare gli studi, ma la pandemia stravolge i suoi programmi. Tra un lockdown e l’altro torna in Sicilia, sostiene gli ultimi esami a distanza e risale a Napoli solo per discutere la tesi. Subito dopo la laurea (letteralmente il giorno seguente) le si presenta un’opportunità di lavoro presso il Centro di Sperimentazione dell’Università Federico II di Napoli che, alla luce degli eventi storici, è una posizione in remoto. Agnese coglie l’occasione, inizia a lavorare dalla casa dei suoi genitori in Sicilia e, senza rendersene conto, entra in una comfort zone da cui non riesce né vuole uscire. Non ha più interesse a guardare fuori, ha trovato il suo equilibrio, le piace l’idea di rimanere in Sicilia pur continuando a crescere professionalmente. Sebbene tornare in Sicilia fosse nei suoi piani futuri, non si aspettava di riuscire a farlo così velocemente e a queste condizioni. Da allora Agnese lavora come E-learning designer per la piattaforma Federica Web Learning, la piattaforma di e-learning più grande d’Europa per numero e tipologia di corsi offerti e attiva da più di 10 anni. Lo ammetto, ho dovuto chiederle cosa fa esattamente… si occupa della costruzione didattica dei corsi online! 😀

Tra i diversi lavori e progetti che Agnese segue, ce n’è uno che ha un posto speciale: Senza Fissa Dimora, un’associazione culturale formata da cinque persone che vivono tra Corleone, Marineo ed Acireale, tutte accomunate dall’aver fatto un’esperienza formativa fuori ed esser tornate in Sicilia. Si tratta di un’associazione culturale non targetizzata che porta avanti progetti in diversi ambiti, dalla riqualificazione urbana ad eventi di empowerment femminile. Agnese aveva bisogno di sentirsi parte di qualcosa, di dare un senso più grande al suo rientro e l’associazione è stata la sua occasione. Senza Fissa Dimora è stato e continua ad essere il suo salvagente, la bolla dentro cui sente di voler stare per affrontare serenamente la sua nuova vita in Sicilia. 

Tra pochi giorni Agnese chiuderà il cerchio, sposando il ragazzo che l’ha tenuta legata alla sua terra in tutti questi anni e con cui ha deciso di costruire il suo futuro a casa, in Sicilia. ❤️

Di che parte della Sicilia sei?

Corleone, provincia di Palermo.

Di cosa ti occupi nella vita?

Sono laureata in lingue e comunicazione interculturale in arabo e inglese a L’Orientale, ma attualmente sono una E-learning designer e collaboro in remote working con il centro di sperimentazione didattica Federica Web Learning dell’Università di Napoli Federico II. Da più di quattro anni, inoltre, collaboro con un quindicinale napoletano di informazione universitaria, Ateneapoli. Per loro, mi occupo soprattutto di articoli di cronaca sugli eventi tenuti nei diversi atenei partenopei e di intervistare studenti e docenti sulle novità di ateneo.

A che età hai lasciato la Sicilia e perché?

Ho lasciato la Sicilia a 19 anni per iniziare l’università fuori. Ho voluto seguire la passione per le lingue e le culture straniere, mi sono molto informata su quali lingue potessero essere più interessanti per me e per eventuali sbocchi lavorativi futuri e ho scelto l’arabo. In Italia, L’Orientale è storicamente una delle migliori università per questo genere di percorsi e, avendo il privilegio di poter studiare fuori, ho seguito questa strada. Sono rimasta poi lì anche per la laurea magistrale in Lingue e Comunicazione interculturale in area euromediterranea.

Dove hai vissuto e per quanto tempo?

Ho vissuto a Napoli in totale 5 anni, da ottobre 2015 a maggio 2020. Ho passato i mesi del primo lockdown con le mie coinquiline, non c’erano mezzi o valide motivazioni per scendere a casa. A maggio, quando gli spostamenti sono tornati possibili, ho chiesto di rientrare a casa e da allora sono risalita sporadicamente per gli esami. Ho pagato per un altro intero anno la casa perché la speranza era sempre quella di tornare e concludere lì il percorso universitario. La situazione però continuava ad essere troppo instabile e alla fine ho lasciato la casa, sostenuto gli ultimi esami a distanza e sono risalita solo ad aprile per la laurea che, per fortuna, hanno fatto in presenza. Il covid mi ha rubato l’ultimo anno di università, l’ultimo anno di convivenza con le mie amiche, non è stato semplice da accettare.

Com’è stato per te vivere lontano dalla Sicilia?

Napoli è sud, è viva, è caotica e soprattutto è contraddittoria. Napoli e Palermo sembrano sorelle, e tutti lo percepiscono. Però, a casa ero la napoletana, a Napoli invece la siciliana, ho vissuto questa doppia natura per tutto il tempo. Ogni posto sembrava un po’ casa un po’ terra straniera, sia Napoli che Palermo, dipende dal periodo o dalle cose che dovevo fare. A Pasqua 2020, quando abbiamo mangiato gli anelletti al forno sul terrazzo invece che a casa con la famiglia, Napoli era sicuramente terra straniera. Quando invece tornavo a Corleone, quando uscivamo ogni sabato, alla stessa ora, con le stesse persone, a fare sempre le stesse cose nello stesso (unico) locale del paese, era proprio terra straniera. Insomma, mi sembra che nessuna definizione sia mai andata bene per questa esperienza.

 

Durante i miei anni fuori mi sono imbattuta in una citazione di Camilleri: “La sicilitudine è il lamento che il siciliano fa di sé. Vittorio Nisticò fece un giornale leggendario che era l’Ora di Palermo. Vittorio diceva che i siciliani si dividono in due grandi categorie. I siciliani di scoglio e i siciliani di mare aperto. Il siciliano di scoglio è quello che riesce ad allontanarsi fino al più vicino scoglio. Il siciliano di mare aperto invece prende il largo e se ne va”. In passato sono sempre stata convinta di essere una siciliana di mare aperto, una di quelle che la Sicilia se la porta addosso con sé, ma che riesce comunque a farne a meno. Mi sono ritrovata, invece, attaccata ad uno scoglio e nemmeno me ne ero accorta. Poi forse non è nemmeno vero, forse è stato il Covid a cambiare le mie priorità, sta di fatto che la voglia di tornare è stata più forte di quella di spostarsi ancora più lontano.

 

Inoltre, ho dovuto fare spesso i conti con quello che temevo ma che non avevo davvero messo in conto: gli stereotipi sui mafiosi. Presentarsi a gente nuova come “siciliana” non bastava mai, volevano sempre sapere “bello! Di dove?” e rispondere “Corleone” ha sempre innescato un discorso infinito su: ma allora quel posto esiste davvero; wow, e che gente ci vive; potete uscire la sera; tu che ne pensi di Riina; ma la gente nomina Cosa Nostra o ha paura. Io però sono sempre stata socialmente impegnata nella lotta contro una descrizione stantia del mio paese e dei suoi cittadini e rispondere scherzosamente alle provocazioni non mi è mai riuscito bene. Quindi, ogni volta, finiva che attaccavo il pippone su “tutto quello che non sai su cosa era, è e sarà la mafia nella storia della Sicilia”. Immagina che bei sabato sera. 

Quando hai deciso di tornare in Sicilia e perché?

Sono partita che avevo già da un anno una relazione con un ragazzo di un paese vicino, Marineo. Lui è 8 anni più grande di me, ha sempre lavorato qui, non ha fatto l’università e di conseguenza la sua vita è sempre stata piuttosto stabile in Sicilia. Io ero l’unico punto interrogativo di questo suo piano perfetto a lungo termine. Poi però c’è stato il Covid, che mi ha fatto passare tre interi mesi chiusa a casa a Napoli e che mi ha fatto sentire la mancanza di casa, dei miei familiari e del mio ragazzo come mai prima. Ha segnato un punto di non ritorno a livello emotivo: non volevo più passare così tanto tempo distante. Sono tornata, mi sono laureata e, il giorno dopo della discussione di laurea, ho sostenuto un colloquio come collaboratore esterno per la piattaforma Federica Web Learning. La soffiata che cercavano qualcuno mi è arrivata da un’amica, il colloquio è andato bene e soprattutto, visto il periodo incerto che era, la collaborazione sarebbe stata in remote working. Non esisteva, per me, una soluzione migliore di quella e la scelta si è confermata vincente ancora oggi.

Quali aspettative, speranze e desideri avevi prima di tornare?

Le speranze erano quelle di ritornare in un posto migliore di quello che avevo lasciato, più vivo e dinamico, più attivo in termini di cose da fare, eventi a cui partecipare. Napoli, da questo punto di vista, mi ha molto viziata. Le aspettative non sono mai state altissime nel senso che ho sempre mantenuto i piedi per terra: se un cambiamento lo vogliamo avere in Sicilia, dobbiamo portarlo avanti tutti, ognuno facendo la propria parte. Non mi aspettavo quindi di tornare in un posto perfetto, sapevo che non lo era, ma sapendo cosa aspettarmi sapevo anche cosa avrei voluto fare per non stare con le mani in mano.

Quali paure, dubbi e incertezze avevi prima di tornare?

La paura principale era, ed è, legata al lavoro. Qui purtroppo si rimane ancora troppo legati al concetto del posto fisso e sembra che qualsiasi strada diversa da quella sia precaria, insicura e quindi fallimentare. La paura era di finire a fare mille compromessi con me stessa e con le mie aspirazioni perché condizionata dalle persone, dalla loro mentalità e dal contesto. Non avevo torto, comunque. Non so quante volte, soprattutto dopo la laurea, mi sia sentita ripetere che la scuola è la scelta migliore per me, che dovrei fare l’insegnante, nonostante non sia mai stato il MIO progetto. Oppure i concorsi. Santi e benedetti concorsi pubblici.

Ad oggi, quali sono stati gli aspetti positivi e quali quelli negativi del ritorno in Sicilia?

Aver iniziato subito a lavorare, tutto il tempo in modalità remote, mi ha dato la possibilità di iniziare a fare piani più concreti con questo povero fidanzato con cui sto da dieci anni. Abbiamo deciso di ristrutturare casa, grazie soprattutto al sostegno dei nostri genitori, e di sposarci il prossimo dicembre 2023. Ho dato priorità alla mia relazione, facendo forse qualche compromesso con le possibilità che mi si possono proporre, ma volendo credere che riuscire a trovare la propria realizzazione anche in Sicilia – o dalla Sicilia – è possibile. Ascoltare poi le storie di chi fa South working, confrontarmi con le esperienze degli altri, mi fa credere che sia possibile.

L’aspetto negativo è non avere avuto torto a temere che qui fosse cambiato molto meno di quello che speravo. Il contesto di paese resta troppo stretto per me, forse ancora più stretto di prima rispetto alla città. Palermo però in questo mi viene incontro perché vedo una città risvegliata, attiva e con un bel movimento culturale e sociale. Ho conosciuto attiviste, ho partecipato a qualche evento e sto accorciando le distanze con la città proprio per poter godere del suo influsso positivo.

In qualche momento ti sei pentito/a della decisione di tornare?

Ogni volta che finisco un progetto e ritorno in balia dell’insicurezza lavorativa. Le voci di chi dice che non c’è spazio sul lungo termine per questo tipo di professionalità, che sto solo rimandando il momento in cui anch’io mi convincerò a fare mille concorsi e mille domande a scuola, si alzano più forti. In questi momenti guardo la faccia più brutta della società che mi circonda e non posso non pensare che un po’, questa faccia, a loro piace. Forse, sul futuro, alla fine hanno più paura loro di me.

Cosa diresti a chi sta valutando di tornare in Sicilia?

Di farlo con un tappeto di salvataggio sotto. Di valutare bene pro e contro, di provare ad aprire qualche strada prima di trasferirsi fisicamente.

Cosa diresti, invece, a chi vede solo aspetti negativi del ritorno?

Direi che la qualità della vita non si misura solo in ore di lavoro e stipendio. Che la qualità dell’aria e del cibo è importante, che il silenzio a volte è più prezioso del caos. Che aprire la finestra e vedere grandi spazi verdi, vuoti, può ridarti il respiro dopo una giornata stressante.

In definitiva: tornare in Sicilia, si può?

Inizio a credere che si deve. Questo territorio ha bisogno di nuova linfa, nuove idee e nuove braccia. La cultura vecchia e retrograda si supera solo con la cultura nuova, aperta, di chi ha vissuto e girato il mondo e ha deciso che casa sua è il posto più bello di tutti.

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