Inizio questo appuntamento di Storie di ritorni facendo una premessa: non so se sarò in grado di raccontare la storia di Pierfilippo Spoto come merita, ma ci provo. Il suo racconto mi ha affascinata, mi ha riempita di ottimismo e speranza, mi ha fatto sorridere con l’aneddoto dei panni (non)stesi al sole e riflettere con quello su Camilleri e Sciascia. Mi ha dato talmente tanti spunti che è stato impossibile raccoglierli tutti in questa introduzione, per cui spero ci sarà l’occasione di farlo raccontare in prima persona.
Classe 1968, Pierfilippo Spoto è originario di Sant’Angelo Muxaro, in provincia di Agrigento. Dopo aver conseguito la laurea in Scienze Bancarie e Assicurative all’Università di Messina, decide di andare un paio di mesi a Londra per imparare la lingua. Quando arriva negli UK capisce subito che la sua permanenza lì non si sarebbe limitata a pochi mesi. Londra è una città dalle numerose opportunità lavorative e lui è giovane, non sa ancora se vorrà tornare in Sicilia, ma intanto studia l’inglese con l’obiettivo di fare carriera nella finanza.
Durante gli anni londinesi, Pierfilippo va in giro per agenzie turistiche, curioso di vedere come queste inseriscono la Sicilia nei loro pacchetti viaggio. Suo malgrado, si accorge che i cataloghi propongono quasi esclusivamente la Sicilia dei monumenti, dei templi, della storia millenaria e delle località più rinomate. Insomma, luoghi di cui è facile reperire informazioni online. Nulla della Sicilia da cui lui proviene: quella interna, lenta, dei borghi, ricca di patrimonio culturale, artistico, naturale e umano. Se un giorno tornerà, si dice, raccontare quella Sicilia sarà la sua missione.
Per non pesare sulla famiglia, mentre continua a perfezionare il suo inglese fa dei lavoretti nella ristorazione. Poi arriva la svolta: fa un colloquio per l’allora Banco di Sicilia e il direttore gli offre uno stage di 6 mesi e successiva assunzione nella city. Pierfilippo dovrebbe iniziare non appena terminato il corso di inglese, sa che è un’occasione imperdibile, eppure dubita. Sa che accettare quel lavoro probabilmente significa non tornare mai più in Sicilia… È davvero ciò che vuole? Il direttore della banca lo chiama in continuazione, vuole che Pierfilippo inizi al più presto, ma lui temporeggia e alla fine rinuncia. Poco tempo dopo gli si presenta un’altra grossa occasione (avviare un ristorante take-away di cibo italiano), ma di nuovo dubita e rinuncia. Nonostante le grandi opportunità che Londra gli offre e che lui continua a schivare, sente di non avere un legame forte con quella città. Pierfilippo, infatti, arriva da contesti (quello del paese natale e quello dell’università) in cui faceva parte attiva della comunità, in cui la sua azione era tutt’altro che marginale, mentre adesso vive in una metropoli in cui è solo un numero.
Nel 1997, davanti al cagionevole stato di salute del padre, Pierfilippo trasforma quei dubbi in certezza e decide tornare in Sicilia. Una volta rientrato valuta di trasferirsi a Palermo, città che ama e che offre maggiori opportunità in ambito finanziario, ma alla fine comincia a lavorare presso l’azienda del suocero. Qualche anno dopo accetta un’offerta come broker finanziario per un’azienda di Milano, seppur consapevole che quello non è il lavoro della sua vita. Adesso che è tornato vuole perseguire la sua missione: far conoscere ai turisti di tutto il mondo la Sicilia delle aree interne. Pierfilippo ha una visione nuova di fare turismo, diversa dall’impostazione dei tradizionali tour operators, che ne fa un precursore in Italia di quello che oggi si conosce come Turismo Esperienziale, ma che allora sembrava una follia ai più. “Penso che oggi il viaggiatore, più che la Sicilia, stia cercando i Siciliani”: è questa la convinzione che, nel 2002, lo spinge a fondare con altri soci Val di Kam, una piccola società di servizi turistici con sede nel suo paese di origine, Sant’Angelo Muxaro, nei Sicani. Il paese si divide in due: da una parte la gente colta che non crede che l’iniziativa possa avere successo e si chiede “Chi ci dovrebbe venire qua?!”; dall’altra la gente comune che coglie subito il valore dell’idea ed esulta “Portare le persone qua è un’idea bellissima!”.
Per un po’ di anni Pierfilippo si divide tra il lavoro da broker a Milano e la startup in Sicilia. I suoi soci si trovano sul territorio quindi sono più attivi, mentre lui riesce a dedicarsi a Val di Kam solo la sera dopo il lavoro o nei weekend. Nonostante le difficoltà, Pierfilippo è determinato e per finanziare la sua startup va personalmente alle fiere del turismo, fa il commerciale, ospita tour operator a spese sue. Nel 2009 chiude col brokeraggio finanziario per dedicarsi esclusivamente al progetto del Val di Kam. Oggi può affermare che l’investimento di tempo e denaro è valso la pena: con 500 servizi all’anno, Val di Kam è diventata una piccola azienda e Pierfilippo, oltre a condurre in prima persona le esperienze nell’area dei Sicani, gira la Sicilia per scovare e mettere a regime nuove nicchie di turismo esperienziale, per dialogare con i sindaci e i GAL (Gruppi di Azione Locale), per intercettare i giovani che vivono in quei territori e che vogliono mettersi in gioco.
“È importante spostare l’attenzione dal luogo al capitale umano che ci vive”, mi dice citando il libro Cedi la strada agli alberi di Franco Arminio:
Abbiamo bisogno di contadini,
di poeti, gente che sa fare il pane,
che ama gli alberi e riconosce il vento.
Più che l’anno della crescita,
ci vorrebbe l’anno dell’attenzione.
In effetti, il segreto del turismo esperienziale del Val di Kam non sta nel cosa, ma nel chi: quello che fa presa sui visitatori non è il pane cunzato o la ricotta calda, ma la storia, la persona, la famiglia che sta dietro ogni esperienza o prodotto. Avere un Local Inside, “u canuscituri”, ovvero una figura del posto che conosce il territorio e le persone, sa come si vive e racconta quei luoghi in maniera autentica, è la chiave dell’offerta turistica di Val di Kam.
Per questo Pierfilippo si dedica alla formazione di altri Local Insiders capaci di dare nuova vita a borghi che oramai erano stati dati per spacciati: “una persona che ha vissuto e vive un luogo, che, negli anni, ha maturato una conoscenza delle persone e del posto tali da possedere le chiavi necessarie per schiudere le porte dell’ospitalità locale al viaggiatore. Una figura che conduce l’ospite a vivere un’esperienza assieme alla gente del posto. Un designer di incontri; Il tutto provando a rispettare quanto più possibile, la vita, le dinamiche e i ritmi della comunità ospitante. Una sorta di cantastorie, uno storyteller on the road.”
Si potrebbe pensare che per essere raccontato un luogo debba avere qualcosa di speciale, in realtà qualsiasi posto, anche quello in cui pensiamo non ci sia niente, può essere narrato: “cresciamo a bagnomaria nella bellezza e non la riconosciamo più”, ma basta cercare! A detta degli esperti del settore, “Val di Kam è un esempio virtuoso che potrebbe essere replicato, adattandolo, in ogni borgo di Sicilia e non solo”. I Sicani, mi spiega Pierfilippo, sono un incubatore di idee e lui si impegna affinché tutte le persone coinvolte si raccontino, elaborino proposte, capiscano quello che si sta facendo o che si potrebbe fare. Fa riferimento all’approccio LEADER, una metodologia europea di sviluppo locale utilizzata da vent’anni per coinvolgere gli attori locali nell’elaborazione e nell’attuazione di strategie, nei processi decisionali e nell’attribuzione delle risorse per lo sviluppo delle rispettive zone rurali. Quello sperimentato dal Val di Kam è un processo applicato dal basso che coinvolge gli abitanti del luogo (agricoltori, pastori, famiglie) e li invita ad entrare nel racconto da protagonisti.
Quando gli chiedo cosa direbbe ai giovani siciliani emigrati che sono tornati o stanno pensando di tornare come ha fatto lui, mi risponde che “con le opportunità e i finanziamenti che ci sono oggi in Sicilia è da pazzi non tornare e rimanere a fare lo schiavo sotto qualcun altro al Nord o all’estero”. Nonostante le difficoltà, infatti, secondo Pierfilippo la Sicilia è il posto migliore se non l’unico in cui avviare una startup. Sappiamo i sacrifici che una nuova azienda richiede in fase di startup, ma “se apri un’attività nel luogo in cui sei nato, puoi permetterti di stare i primi anni anche senza lavorare, perché puoi contare sul supporto della tua famiglia, puoi stare a casa dei tuoi genitori, guadagnare meno o nulla”.
Al di là delle opportunità reali o potenziali che la nostra terra offre, “i giovani, oggi, neanche lo sanno quello che si può fare. C’è una generazione che va via non perché non ci sia nulla da fare, ma perché non ci hanno nemmeno provato a fare qualcosa […] Il grande problema è il non provarci: servirebbe una “università degli studi alla consapevolezza”.
Forse bisognerebbe cambiare il punto di vista ed investire di più sul capitale umano, naturale, artistico e culturale della Sicilia, partendo dalla consapevolezza che “Tutto ciò che per noi è una minchiata, per gli altri è straordinario”.
Di che parte della Sicilia sei?
Sicani, Sant’Angelo Muxaro (AG).
Di cosa ti occupi nella vita?
Turismo Esperienziale, turismo nei borghi; sono una guida naturalistica e un accompagnatore turistico.
A che età hai lasciato la Sicilia e perché?
Ho lasciato la Sicilia nel 1994, a 30 anni.
Dove hai vissuto e per quanto tempo?
A Londra per 3 anni.
Com’è stato per te vivere lontano dalla Sicilia?
All’inizio eccitante, perché è stata una scelta mia per imparare l’inglese e per fare un’esperienza di vita.
Quando hai deciso di tornare in Sicilia e perché?
Nel 1997 decido di tornare perché avevo superato un colloquio alla City di Londra, per un Istituto Bancario Italiano. Ma lì capii che sarebbe stata la fine, non sarei mai più tornato.
Ma la molla, ancor prima della banca che mi voleva assumere, era già stata un’amara scoperta. A Londra “un si stenninu i robbi”. Questa cosa mi ha segnato profondamente. Vagai per giorni tra le vie di Londra alla ricerca di panni stesi… Nulla. Tornado a casa, chiesi alla mia padrona di casa (siciliana di Naro): “Zia Marì, ma picchi Cca un si stenninu i robbi???”. Lei mi guardò qualche secondo, e poi dirigendosi verso la finestra rispose… “A picchi, tu Cca U vidi U Suli?????”. Quella cosa mi ha fatto riflettere tanto, io vivevo in un posto dove 5/7 giorni non c’era il sole…
Per uno che è nato nel Mediterraneo, sta cosa, anche se non te ne accorgi, ti cambia il modo di vivere. Ti cambia l’umore. Ti cambia l’approccio alla vita.
Quali aspettative, speranze e desideri avevi prima di tornare?
Durante la mia permanenza a Londra fu un continuo ricercare la Sicilia nella capitale inglese. Trascorrevo i giorni cercando tra i supermercati negli scaffali i prodotti che venissero dalla Sicilia, facendo l’amara scoperta che anche le eccellenze come la frutta secca (le mandorle, il pistacchio e tante altre cose) venivano soprattutto dalla California o da altri paesi e solo un piccolo scaffale dei supermercati era destinato ai prodotti siciliani, ma anche tante altre cose (vedi olio, conserve e tanto altro). Stessa cosa quando giravo per agenzie di viaggio e chiedevo cataloghi della Sicilia, che non esistevano, e mi consegnavano dei cataloghi dell’Italia dove, alla fine, c’era qualche pagina dedicata alla Sicilia, con dei giri standard che toccavano ovviamente Palermo, Erice, Selinunte, la Valle templi, Siracusa, Noto, l’Etna, Taormina. Nulla di tutto quello che è la Sicilia delle aree interne, la Sicilia dei piccoli borghi, che secondo me contiene ancora la vera essenza della Sicilia.
Tornai quasi con una missione in tasca, che sarebbe stata quella di provare a promuovere la Sicilia dei piccoli borghi. Nel 2000, appena tornato, nel mio borgo di Sant’Angelo Muxaro, inizio a far parte di diverse associazioni e gruppi, tra cui la Pro Loco che aveva in seno un gruppo speleologico che faceva parecchie attività su tutto il territorio; conducevo degli ospiti tutte le domeniche, facevo parte del gruppo folcloristico locale e tante altre cose che mi permettevano di promuovere il territorio. Nel 2002 assieme ad altri amici decidiamo di fondare Val di Kam, una società di servizi turistici che oggi è la mia azienda.
Quali paure, dubbi e incertezze avevi prima di tornare?
Nessuna paura, nessun dubbio ed incertezza. Io dovevo assolutamente tornare nella mia terra a prescindere se fossi riuscito o meno a creare un’impresa di turismo o semplicemente iniziare a fare un altro lavoro.
Ad oggi, quali sono stati gli aspetti positivi e quali quelli negativi del ritorno in Sicilia?
Tra gli aspetti positivi sicuramente c’è il fatto di avere inventato un lavoro che non c’era per me e per tanti altri che adesso lo stanno seguendo in Sicilia, e nello specifico nella mia azienda ci lavorano altri ragazzi che, come me, sono anche spesso dei ritornati in Sicilia.
In qualche momento ti sei pentito/a della decisione di tornare?
No, pentito mai. Semmai la convinzione che si potrebbe stare meglio e fare meglio se ci fosse una classe politica degna che capisse quale potrebbero essere le esigenze dei giovani e comunque dei siciliani in genere, ma questo è un gap incolmabile perché la classe politica fa esattamente il contrario di quello che ci serve.
Se devo essere sincero, una cosa che mi permette di credere che ho fatto bene a tornare è sicuramente aver avuto accanto a me il Gal Sicani (distretto rurale di qualità dei sicani) che negli anni ha sposato in pieno il mio metodo di lavoro facendo diventare il turismo esperienziale parte fondante ed integrante di tutti i progetti e i bandi di emanazione europea che passano dal Gal Sicani.
Cosa diresti a chi sta valutando di tornare in Sicilia?
Bisogna guardarsi dentro e capire cosa vogliamo fare della nostra vita. Quale è la nostra passione? È fondamentale scegliere il lavoro da fare. Trasformare la propria passione in un lavoro è l’unica strada per non lavorare mai. Se ami la bici non ha senso fare itinerari a cavallo, investi tempo e denaro per formarti e per diventare qualcuno che sa di bici in Sicilia. Piano piano ti verranno a cercare.
Cosa diresti, invece, a chi vede solo aspetti negativi del ritorno?
Che occorre fare un’esperienza all’estero per poi tornare, solo se si sente dentro di tornare ed essere pronti a dare tutto per le proprie passioni qui in Sicilia. Tornare tanto per tornare, perché non ti piace il clima, no…. Resta lì se hai un lavoro. Qui si torna se vuoi viverci da protagonista, dove non ti devi aspettare nulla dagli altri, se non da te stesso.
In definitiva: tornare in Sicilia, si può?
Io l’ho fatto e ne vado orgoglioso. Ma la cosa più importante è che mio figlio è orgoglioso di questa Terra ed io amo pensare che un po’ io abbia contribuito in questo.
