Quando ho raccontato la mia esperienza con il lavoro come expat alle Canarie, sono partita da un famosissimo luogo comune che riguarda i siciliani che lasciano la Sicilia per inseguire migliori opportunità lavorative altrove: cu nesci, arrinesci. Ho provato ad interrogarmi su questa affermazione, scavando nella mia esperienza personale e ricostruendo le storie ascoltate in questi anni, e la risposta che mi sono data è che dipende.
Dal 2018 al 2024 a Las Palmas sono stata una lavoratrice autonoma, occupandomi di gestione di progetti europei di mobilità internazionale nell’ambito del Programma Erasmus+. Sono stati anni di attività intensa, sfide, fatica e discreti risultati dei quali mi ritengo assolutamente soddisfatta e contenta, ma sono consapevole che il mio successo non sia stata una diretta conseguenza del fatto di aver lasciato la Sicilia, quanto il frutto di sacrifici, errori, perseveranza, pazienza e motivazione.
Certo, quando ho iniziato a pensare di tornare in Sicilia mi sono chiesta se avrei potuto fare lo stesso lavoro qui e non nascondo che le preoccupazioni di fronte a quella possibilità erano tante. La Sicilia avrebbe rappresentato un mercato nuovo per i miei clienti storici e temevo che potessero essere non interessati a cambiare meta. Inoltre, sarei dovuta ripartire completamente da zero nella costruzione di una reputation sul territorio e di una rete di partner e fornitori.
Nonostante le paure, dopo aver provato l’ebrezza (nel bene e nel male!) del lavoro autonomo, faticavo a pensare di poter tornare al lavoro subordinato ed ero intenzionata a continuare la mia attività freelance anche al rientro in Sicilia. In sostanza, non cercavo lavoro.
I casi “fortunati” della vita
Tornando in Sicilia avrei rinunciato alla libertà, alla flessibilità, alle soddisfazioni e ai guadagni del lavoro da autonoma solo se ne fosse valsa davvero la pena. Ma cos’è che poteva farne valere la pena? Lo stipendio? La possibilità di fare smart working? Tornare finalmente a lavorare in team? La responsabilità? La tredicesima? Le ferie pagate? La pensione?
Indubbiamente tutto questo avrebbe influito non poco nella scelta di passare dal lavoro autonomo al lavoro subordinato, ma per me la risposta era una: lo scopo. Sarei stata disposta a rinunciare agli aspetti positivi (e negativi) della libera professione se avessi trovato un lavoro che rispecchiasse le mie capacità, passioni, ambizioni e desideri di contribuire attivamente alla crescita della mia terra. Avrei rinunciato ad essere una lavoratrice autonoma non per un ruolo, ma per una missione.
Quando il mio cammino ha incrociato quello di Isola Catania, ho avuto la mia risposta: quella organizzazione, la sua vision, la sua mission, il suo spirito, le sue persone erano qualcosa per cui sarei stata pronta a rinunciare alla libera professione. L’entusiasmo per quella opportunità era tanto, ma l’eccitazione non mi ha fatto perdere di vista i benefici che mi ero guadagnata con fatica e sudore negli anni precedenti. Prima di decidere di entrare nel team di Isola sono passata per liste di pro e contro, momenti di condivisione con le persone vicine a me e di confronto sincero con quello che oggi è il mio capo. Così, a settembre 2023 è iniziata la mia collaborazione con un’organizzazione che tra alti e bassi, gioie e dolori, sfide e soddisfazioni, sta rendendo il mio rientro in Sicilia più stabile dal punto di vista lavorativo. A differenza di molte persone che rientrano, io non ho trovato lavoro in Sicilia: è stato il lavoro a trovare me!
Da lavoratrice autonoma a dipendente
Uno degli aspetti più difficili da gestire (e digerire) nel passaggio dal lavoro autonomo al lavoro subordinato è stata la riduzione di libertà.
Il mio ruolo attuale mi offre flessibilità e autonomia, ma non ero più abituata ad avere giorni e orari di lavoro fissi, a contare e richiedere ferie e permessi, a non potermi allontanare come, quando e per quanto volessi o ritenessi utile. Sono cosciente che non tutti i lavori autonomi consentono totale libertà, ma il mio era quasi un lavoro stagionale in cui a mesi di fortissima intensità seguivano mesi di relativa tranquillità.
Questa circostanza, combinata allo stile di vita-lavoro di Dario, si traduceva nella possibilità di stare ferma per giorni, di partire per brevi periodi, di lavorare solo 3-4 ore al giorno o semplicemente decidere se lavorare o meno un giorno. Lo so, mi sono abituata fin troppo bene, per questo la libertà era nella colonna dei contro in quella famosa lista 😀 Ma di nuovo, lo scopo ne valeva la pena.
Dal lavoro in solitaria al lavoro in team
Rinunciare a parte della mia libertà, però, mi ha consentito di guadagnare una cosa che mi mancava da tempo: un team.
Ero stanca di lavorare da sola nella mia cameretta, di non avere intorno delle persone con cui scambiare un’opinione, a cui chiedere un consiglio o con cui semplicemente chiacchierare. Quella come lavoratrice autonoma era la mia prima esperienza a focus business: io ero sempre stata una persona sociale, impegnata nel volontariato e con un pregresso lavorativo nel no profit. Ritrovarmi a lavorare in solitaria, per il mero guadagno e senza una finalità umanitaria mi lasciava con l’amaro in bocca.
Desideravo tornare ad una dimensione di team, di condivisione di obiettivi, risultati e scleri (sì, anche quelli). Si sa che in gruppo le fatiche sono più leggere e i successi più gratificanti e che, come mi ha detto recentemente un giovane ragazzo, “da soli non si va nemmeno in Paradiso!”.
Conclusioni
A volte penso di essere stata fortunata, ma poi mi rendo conto che Homo faber fortunae suae: l’uomo è artefice della sua fortuna. Il mio cammino ha incrociato quello di Isola Catania perché io mi sono messa su quel cammino, perché io mi sono impegnata a cercare realtà nuove che stessero facendo la differenza in Sicilia, perché io ho seguito e partecipato alle loro attività, anche a distanza. Quindi l’invito per chi sta pensando di tornare in Sicilia o l’ha appena fatto è di informarsi, conoscere e farsi conoscere perché “mai dire mai”!

